Shark – Il primo squalo, 2018: un risultato mediocre e che non fa paura

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Non sarò prolisso e non impegnerò figure retoriche di alto profilo per questo filmetto estivo di una banalità sorprendente. 

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Vent’anni di gestazione, una storia eccezionale (quella del libro di Alten), 150 milioni di dollari e cosa abbiamo? Una simpatica storiella per adolescenti distratti con uno squalone che sembra più una balenottera dentata che un forse squalo bianco, una vicenda che dire lineare è dire troppo, un gruppetto di caratteristi di livello medio, una applicazione CGI da film di serie B e, come al solito, totale mancanza assoluta di pathos.

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Ecco allora che, una vicenda naturalmente portata alla dimensione epica, ai toni misteriosi e alle vicende spaventose, viene declinata secondo i termini della più piatta banalità sia estetica che narrativa. 

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Tutto è già visto, tutto è prevedibile. Inoltre della bella, epica, mostruosa, esagerata storia di Steve Alten (Meg, 1997) non è rimasto quasi nulla. Non le trovate curiose e raccapriccianti, non  la mostruosità perfetta della superbestia splendidamente descritta secondo le forme di un Carcharodon albino enorme e cieco, non l’afflato poetico del mito classico di Perseo contro il Kraken, non il senso struggente di una natura ai minimi termini con l’uomo.

766A4EA3-A678-4901-81B1-E9B99EE42DC6Qui troviamo una commediola per famiglie che parla di esplorazione subacquea super tecnologica, con la presenza di un pescione piuttosto scemo e molto mal disegnato che nuota lungo le coste cinesi, mangiandosi qui e là qualche ciambellina con ripieno di cinesi per altro magrolini.

490A15DF-EE9D-4783-A426-303B2E207CFFAltro che Paradise Beach, altro che Blu Profondo o 47 Metri…. siamo molto lontani da un risultato convincente nel progetto di disegno CGI di un avo dello Squalo Bianco che sia veramente terrorizzante (e che solo un amante di questo predatore saprebbe reinterpretare in modo efficace, cosa che non è avvenuta). Ancora più lontana la resa drammatica di una lotta atavica che terrorizzi ma al contempo attiri perversamente quale dovrebbe essere il confronto con un predatore perfetto e misterioso nel suo elemento naturale.E2281C28-C2E3-4154-9823-C9D7FFBEA6C7Pensate che le situazioni e le ricostruzioni del Meg di Discovery Channel descritto nella docufiction ( al limite del truffaldino) in onda nel 2015 o rappresentate in CGI nel più serio lungometraggio del documentarista Nigel Marven, “Sea Monsters” della National Geographic prodotto nel 2011, sono assai più accattivanti e convincenti di questo megalodon disegnato come uno squalo balena con i dentoni o come l’ingenuo leviatano di Pinocchio.

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Possiamo solo immaginare con rammarico la dimensione di orrore e raccapriccio che avrebbe realizzato il regista Eli Roth, poi allontanatosi dal progetto proprio perchè sempre più sospinto dal mercimonio becero dei produttori verso una snaturazione del film in popcorn movie.

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Ecco allora che ogni momento di questo film risulta scandito frettolosamente, allontanando fin da subito ogni possibile deriva nel mistero: la bestia si vede subito, i personaggi appena abbozzati, con frasi sceme e ammiccamenti banali, sono solo strumentali alle azioni disegnate dallo script in modo didascalico, lineare, comprensibile anche ai più stolidi bimbi minkia. 

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Nessuno sviluppo psicologico, nessuna narrazione sottotraccia, nessuna personalità caratteristica, nessun accadimento da ricordare, specialmente orrorifico. Qui siamo al dopolavoro sceneggiatori, qui siamo alla più invereconda “mestieranza” di autori, tecnici e regia. Risultato, si esce dal cinema non come si è entrati: lasciato l’entusiasmo sulla poltrona tra gli avanzi di popcorn si va via dalla sala senza una sola immagine che ci faccia ritornare la più piccola suggestione, e ci portiamo a casa  un senso di noia e inappagamento fastidiosi. Questa è la peste dei tempi attuali: lo stillicidio di produttori vigliacchi e qualunquisti e di tecnici senza talento che sprecano occasioni e capitali eccezionali non lasciando ai cinetecari del futuro alcun ricordo veramente forte ed evocativo. Altro che rimanere in “secca”! Magari!

Lambert

Film evocati:

Lo Squalo (Steven Spielberg, 1975)

Paradise Beach – Dentro l’incubo (Jaume Collet-Serra, 2016)


3 risposte a "Shark – Il primo squalo, 2018: un risultato mediocre e che non fa paura"

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