Dunkirk – Il miracolo e il thrilling

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Dunkirk, 1940 – l’ultima spiaggia prima del tracollo. L’esercito inglese è intrappolato in un lembo di terra e sta per essere stanato dalla Wermacht. Per il Churchill de L’ora più buia una sola missione, procacciargli un salvacondotto per il Dorset affinché il Regno Unito si assicuri una speranza. La più grande manovra di recupero navale della Storia – l’Operazione Dynamo – si compie e diviene mito moderno, ripreso su pellicola IMAX da un Christopher Nolan che perde il timore reverenziale ma non l’ispirazione. È l’ennesimo capo-lavoro riuscito, veicolo di emozioni costanti e foriero di un nuovo modo di rappresentare la guerra.

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Cosa c’era da dire su una pagina già ampliamente discussa sui banchi di scuola e nelle vecchie società di storia patria? La spettacolarizzazione gratuita e la perorazione della causa nazionale erano il rischio più imminente, in un Regno impegnato nella ricodifica di se stesso dopo la Brexit.

La rotta però è diversa. Nolan pone l’omaggio ai compatrioti sullo sfondo, ritirando su dal mare mosso l’ossessione irrisolta per il tempo. Dopo averne sovvertito le strutture fenomeniche in Inception (l’uomo che si perde nel ) e quelle noumeno-logiche in Interstellar (l’uomo che si perde nel reale fisico), sperimenta una nuova sortita con l’alterazione del continuum nel contesto storico. La vicenda è riportata su tre linee, alternate da altrettanti punti di vista: “Terra” (il soldato Tommy prova a raggiungere il molo e la patria); “Mare” (Mr. Dawson conduce il suo battello oltremanica per recuperare i soldati); “Cielo” (Farrier, Collins e il caposquadriglia proteggono la ritirata cogli Spitfire dall’alto). L’abilità di far collassare in un unico punto tre masse differenti, regolate da periodi temporali di diversa durata, sta tutta in un montaggio (Lee Smith) che perturba il sistema e lo restituisce in acque ancora più agitate – ma che saranno chetate da un finale che il mondo già conosce.

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Le tensioni belliche si tramutano così in progressioni da thriller che percuotono la testa in una cefalea che aumenta, e non c’è scena-antinfiammatorio che tenga, non si riprende mai fiato. Realizziamo la potenza di un audio-visivo innovativo, che recupera l’intreccio cerebrale dei film a basso costo (Memento) e lo diffonde nel film di guerra – stessa soluzione adottata per la trilogia de Il cavaliere oscuro –, sconvolgendo il ritmo circadiano di un genere che dormiva su se stesso. Scompaiono i racconti evocativi nel casolare di Salvate il soldato Ryan e il pirotecnico sbarco in Normandia, i rimpianti degli americani nei Viet-movies, gli eroismi illuminati dal divino ne La battaglia di Hacksaw Ridge e i lirismi retorici della Hollywood trionfale tout court: ciò che conta è tenere alta la curva della suspense. E mentre la Storia si dipana, il plot lascia spazio alla film-experience, impressa nella fotografia fredda di Hoyte Van Hoytema e nelle riprese stereoscopiche che fondono il cielo e il mare.

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Ma declassare il meccanismo ad ansiogeno ottovolante da cassetta sarebbe un errore che già in troppi hanno commesso. Se l’unica cosa che conta è tornare a casa, la lente si pone sulle apprensioni di un individuo a sé stante, monade di un insieme umano che prescinde dal contesto che lo circonda. L’unica motivazione che anima i militari è il salvarsi l’esistenza, in un egoismo comprensibile che è inevitabile retaggio dell’autoconservazione biologica. Quando la macchina da presa avvicina il volto di Tommy (Fionn Whitehead) gli schiaccia addosso il vasto fondale scenografico, allo stesso istante saturo e desolato di uomini – non conosciamo il suo passato né quello dei commilitoni, l’immedesimazione spettatore-eroe produce uno straniamento che unito al thrilling imperante è la cifra fruitiva dell’opera. E se l’esperienza è immersiva, il regista abdica alla legittima tentazione delle soggettive pure, eludendo la sindrome da videogioco di cui sono sempre più affetti i guru dell’action.

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Il film tecnicamente più avvolgente degli ultimi anni è inversamente proporzionale alla distanza morale del suo artefice, che non esprime giudizio di sorta sui buoni e si concede per di più l’universalizzazione dei cattivi – non “i tedeschi” ma “il nemico” – quasi che volesse elevare l’episodio storico a stereotipo narrativo. I rari dialoghi hanno la mera funzione espressiva di amplificare la paura dei characters, al pari della colonna sonora industriale di Hans Zimmer, scandita da un orologio più pesante degli Heinkell He 111 e più subdolo di qualunque U-Boot. Perché è la musica, polo positivo della dicotomia che forma con il tempo, la vera nemica degli inglesi spinti sulla Manica ad attendere il proprio destino – i soldati tedeschi si manifestano soltanto tramite i colpi dell’artiglieria.

A sostegno del progetto lavorano un credibile Kenneth Branagh nell’uniforme del Comandante Bolton, l’attore feticcio Cillian Murphy ovvero il soldato sottoshock, recuperato dal contegnoso Mark Rylance-Mr. Dawson. E ovviamente le innumerevoli comparse dalle facce spaesate, piccoli burattini della produzione a ricordo dei 400mila del British Army.

Il miracolo dell’epilogo non è solo nell’approdo al molo più sicuro, ma anche – soprattutto – nella perfetta convergenza dei tre piani temporali nel big bang al contrario, imploso nell’ultimo fondamentale istante del ritorno a casa, tra gli entusiasmi dei civili e di quelli seduti davanti al grande schermo. Ci sentiamo un po’ come l’aviatore Farrier a terra davanti al suo Spitfire che illumina la notte serena di Dunkirk, pienamente appagati dall’impresa.

Un film così suggerisce che qualcosa di evocativo nel cinema di massa si possa ancora fare, rincuorando quanti avessero più dubbi dei suoi soldati. Se è possibile trarre in salvo migliaia di uomini con una flotta di piccoli natanti, accettare la grandezza di Christopher Nolan dovrebbe essere un’operazione meno eroica. Ma terribilmente giusta.

Kimerol

 

Film citati:

Memento (Christopher Nolan, 2000)

Salvate il soldato Ryan (Steven Spielberg, 1998)

Batman Begins (Christopher Nolan, 2005)

Il cavaliere oscuro (Christopher Nolan, 2008)

Inception (Christopher Nolan, 2010)

Il cavaliere oscuro – Il ritorno (Christopher Nolan, 2012)

Interstellar (Christopher Nolan, 2014)

La battaglia di Hacksaw Ridge (Mel Gibson, 2016)

L’ora più buia (Joe Wright, 2017)

Dunkirk (Christopher Nolan, 2017)


2 risposte a "Dunkirk – Il miracolo e il thrilling"

  1. Non sarei capace di dirlo altrettanto bene, ma è una recensione-analisi cinematografica superba di un assoluto capolavoro tecnico, a mio avviso, qual è Dunkirk. Non c’è in nessuna componente la ricerca estrema del virtuosismo, ma l’esaltazione dell’essenzialità filmica, musicale, fotografica. Complimenti

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