Il filo nascosto, un capolavoro della nostra epoca

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È stata la bellezza a salvare il mondo, non solo il Churchill de L’ora più buia. Nella Londra degli anni Cinquanta il grande stilista Reynolds Woodcock gestisce il suo atelier con l’algida sorella Ceryl, vestendo le celebrità del momento, i reali e le donne facoltose tout court. Paul Thomas Anderson, autore-cinefilo che da vent’anni ottiene risultati clamorosi, ex enfant prodige della nuova onda americana, si presenta una volta di più con un progetto ambizioso e d’haute couture, ricalcolando in mondo maniacale le misure della settima arte e cucendole addosso un abito che fa gridare al miracolo.

Il filo nascosto – “fantasma” nel titolo originale – è una pellicola cruciale per capire dove potrebbe arrivare il miglior cinema dei nostri tempi. Proprio quando prende una via, secondo un ordine che credevamo avere captato, dirotta come il suo character verso la costa inglese o altri lidi, in un avanzare senza ostacoli narrativi che è una continua sorpresa per la mente e una gioia per i sensi. Siamo fortunati, dopo averne viste tante c’è ancora qualcosa che possa stupirci.

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Il soggetto del disegno è quel Daniel Day-Lewis che non avrebbe bisogno di perorazioni, già sensazionale in un altro episodio di Anderson, Il petroliere, ma la sua performance riesce a varcare una soglia in più. Non ci sono metodi recitativi da spiegare né metafore che tengano, Lewis è Woodcock. Dalla prima inquadratura perdiamo la cognizione del confine tra il personaggio e l’interprete, grazie anche ad uno script completamente carnificato sulle sue ossa – più minimale e aderente di qualunque capolavoro sartoriale, tramato per sottrazione di parole attraverso le impercettibili variazioni pantomimiche. A fare da contre rôle è una credibile Vicky Krieps (Alma), figurina ambigua nella forma e nelle azioni che innesca la vicenda, esordisce come cameriera-bambolina della costa e sconvolge poi la routine dell’altro nella casa-atelier londinese di Knightsbridge.

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Oltre al genio manifesto Reynolds ha i nervi a fior di pelle, è chiuso nel suo corpo-corazza e compie azioni ripetitive da non mettere in discussione, pena il venire meno di una serenità precaria – l’univocità del suo stile di vita si palesa nella fissità monocromatica, il magenta vince su ogni possibilità di cambiamento. L’artista ora ha una nuova musa ma l’ars amatoria ovidiana non è che una miccia fuorviante, quando il meccanismo della storia esplode passiamo dal romanticismo iniziale al thriller psicologico. La modella, amabile oggetto che respira rappresentato dall’antonomasia di Alma, è un contre-emploi esemplare dal collo modiglianesco e l’addome imperfetto. La donna è ideale solo come fonte di ispirazione, il creativo tiene solo a quello che produce e non alle sue aspettative. Ma se il dramma melenso non è il piedistallo che regge il manichino di Anderson, non lo sono nemmeno il solipsismo di Reynolds e il conflitto di Alma.

Se i risvolti degli abiti possono celare messaggi nascosti frutto di pensieri mai completamente realizzati, il filo che lega la trama e l’ordito del film è piuttosto manifesto. Ovvero la caratterizzazione più completa ha sempre bisogno di un contraltare che ne interroghi l’essere, l’altro è indispensabile per sparigliare gli schemi di una vita creativa e lineare allo stesso tempo. Tramite operazioni sinistramente efficaci, Alma contribuirà a riassettare l’ecosistema di un mondo che aveva sconvolto suo malgrado, con la complicità della ieratica Ceryl e una determinazione che prescinde dal suo contegno british. L’autore imbastisce l’interpolazione dei suoi puppets articolando la tensione che li lega, distruggendo e ricostruendo un equilibrio frutto di un incedere filmico sempre imprevedibile. La vecchia tecnica del thrilling è qui aggiornata al contesto elegante della casa di moda classica, nella ricerca interpersonale, su un uomo e una donna che non sono mai completamente bene né male ma che hanno bisogno l’uno dell’altra per aggiungere qualcosa alle proprie esistenze.

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La mano del regista risulterebbe irriconoscibile a quanti si sono fermati alla prova corale di Magnolia. Più che un film sulla falsariga di America oggi di Altman, pieno di microcosmi che si intrecciano a partire da macro-occasioni, Il filo nascosto continua l’indagine intimista degli ultimi The Master e Vizio di forma, declinandola nella riduzione dei controcampi ed esasperando la ricerca formale degli sguardi tesi al fuoricampo o dritti in macchina – soggettive pure che non vedevamo dai tempi imperfetti del muto, una grammatica cinematografica talmente remota da risultarci nuova. Non ci sono climax, non cadono rane dal cielo, il montaggio è aritmico e dilatato, vittima di piccole accelerazioni improvvise come in un film di Truffaut.

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A sostenere l’impianto registico è una fotografia (curata dallo stesso Anderson insieme al suo entourage) sublimata nella freddezza blu dei tardo pomeriggi inglesi di periferia, incisa di un colore polarizzato tra il seppia e l’azzurro come nelle fotografie di Philip Lorca diCorcia – è una società che viene fuori dall’inferno e ancora non si riconosce nelle luci calde. La soundtrack, tra le più commoventi da tanti anni a questa parte, è stata concepita da Jonny Greenwood dei Radiohead, capace di approcciare le famiglie sonore degli ultimi due secoli – dal jazz soft delle prime scene fino al pianoforte in sordina di epoca romantica, uno Chopin che dilata gli spazi chiusi e riflette sul parabrezza della coupé di Woodcock quando gira come un ottovolante.

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L’audiovisivo è di quelli che prendono nel profondo, arriva a toccarci in una dream experience che ci porteremo a lungo. Il film più sofisticato della stagione – e non solo – è certamente questo e traccia il cammino verso gli Oscar (“solo” 6 le candidature contro le 13 del sopravvalutato La Forma dell’Acqua), segnando l’ultima apparizione sullo schermo del gigante Day-Lewis, ancora capace di interrogarci dopo la performance di Lincoln. Il risultato finale è una batista delicata che si adagia sui piccoli seni divergenti di Alma quando Reynolds ne prende le misure, un lavoro esemplare che cingerà di alloro indelebile la nostra epoca, premiata da un Paul Thomas Anderson asceso all’Olimpo del cinema.

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Film evocati:

America oggi (Robert Altman, 1993)

Magnolia (Paul Thomas Anderson, 1999)

Il petroliere (Paul Thomas Anderson, 2007)

Lincoln (Steven Spielberg, 2012)

The Master (Paul Thomas Anderson, 2012)

Vizio di forma (Paul Thomas Anderson, 2014)

L’ora più buia (Joe Wright, 2017)

La Forma dell’Acqua – The Shape of Water (Guillermo del Toro, 2017)

Il filo nascosto (Paul Thomas Anderson, 2017)


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