La Forma dell’Acqua – The Shape of Water, complicazioni per il Mostro della Laguna Nera

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L’acqua affascina i guru della new age e i santoni del sogno, pronti a decifrarne gli arcani per dare un ordine all’esistenza in fase di veglia. I fluidi sono di per sé meschini o geniali a seconda del punto di vista psicologico o geologico, si adattano alle forme che toccano mostrandosi piatti in superficie. Non hanno cuspidi e vette da scalare a differenza di Guillermo del Toro, il cui film si propone un arrivo ambizioso: concepire il diverso come portatore sano di paure insanabili da vivere e amare e non da abbattere, l’alieno come freak di un realismo magico, venuto suo malgrado sul nostro pianeta (la terra ferma) per rivelarci qualcosa.

The Shape of Water, candidato a 13 Oscar, segna il ritorno di un autore maliziosamente caparbio nel coniugare temi popolari e concetti alti, manifestati quasi sempre tramite un segno marcato e riconoscibile.

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Secondo le trame di un melting pot ingrato e segregazionista, l’italiana Elisa Esposito (Sally Hawkins) è una ragazza muta che lavora come donna delle pulizie in un istituto scientifico-militare di Baltimora, in pieno maccartismo. Ritroviamo gli anni Cinquanta tanto cari alla fantascienza traumatizzata da possibili invasioni di nemici sconosciuti, pieni di quell’estetica orientata verso elementi alieni di qualunque derivazione. I cultori del b-movie d’essai avranno riconosciuto nella locandina la silhouette de Il mostro della laguna nera, capolavoro di genere del pionieristico Jack Arnold.

Stavolta gli sciatti americani hanno catturato la creatura dalla laguna sudamericana e l’hanno condotta nella periferia seviziatrice degli States più paranoici, per estrapolarne tecnologie da applicare all’industria bellico-spaziale. Torna il diverso orrorifico da usare come cavia, a ricordarci che della biologia marina o semplicemente degli animali e degli stranieri all’uomo medio (di qualunque Nazione) importi poco o niente.

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Il mostro della laguna nera (Jack Arnold, 1954)

Inutile dire che Elisa, essendo lei stessa diversa (non a caso amica di un artista squattrinato di mezza età – Richard Jenkins – che per la sua omosessualità deve fare i conti con un Paese puritano che lo tiene in disparte) avrà cuore sufficiente da perorare la causa del mostro. Il film non approfondisce più di tanto la conoscenza tra le razze, non è un Balla coi lupi aggiornato alla Guerra Fredda, e non intende misurare la cesura valoriale tra russi e americani – anzi, i due blocchi sono uniformizzati in ossequio al comune obiettivo della corsa spaziale. Semmai propone la negazione di un antico cliché, quello del mostro classico come puppet impazzito, sfuggito al controllo e quindi da abbattere per l’igienizzazione catartica dello spettatore, come King Kong o la stessa creatura di Arnold.

Se in principio era un fauno in un labirinto, oggi è una creatura marina antropomorfa, anch’essa interpretata da Doug Jones. La figura favolistica nel contesto reale (nella Spagna franchista o nell’America di Eisenhower, ovvero nel film storico) sembra ormai una costante nel cinema di del Toro. L’uomo non smette mai di credere alle leggende, tanto vale riportarle al verosimile e legittimarne il fascino, specie quando a dare ragione è il botteghino. E se nell’altro lavoro era un labirinto misterico (sotterraneo e accessibile secondo leggi che pochi eletti possono conoscere), oggi è l’acqua (elemento basale della nostra stessa vita, la cui forma si adagia sui tre quarti del globo conosciuto) ad essere madre di personaggi extraordinari che colpiscono l’immaginario.

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Il racconto è senz’altro ben confezionato e la tensione ben distribuita. Ma in un certo senso, data la frequenza con la quale il freak appare alla macchina da presa e certe aspettative disilluse, la pellicola sembra perdere il fascino delle premesse. Vediamo troppo, o conosciamo il personaggio troppo presto, la sua presentazione è un siluro sottomarino sparato troppo in fretta.

La ricchezza fotografica di Dan Laustsen, con la dominante tra il petrolio e il turchese, in gran parte frutto della sapiente digitalizzazione della postproduzione, allieta certamente l’occhio – specie nei bokeh che illuminano il volto malinconico di Elisa, filtrando il finestrino dell’autobus che la porta a lavoro.

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Alexandre Desplat (già sentito con gusto e serenità in Reality e ne Il racconto dei racconti di Matteo Garrone) prepara una colonna sonora minimale e andante affidando il tema principale ad un dilatatissimo organetto francese (qualche eco del Yann Tiersen de Il favoloso mondo di Amélie), facendo da contre-argument alle coeve swingate di Glenn Miller.

La regia è minimale e dinamica, la macchina muove sempre per animare le scene più statiche. Insomma, dal punto di vista tecnico è un’opera ineccepibile, eppure alla fine rimaniamo con un mezzo bicchiere d’acqua salata in bocca, e il nostro corpo a differenza della creatura proprio non ne aveva bisogno.

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L’ambizione che credevamo avere letto all’inizio lascia alla fine il posto – udite! udite! – alla storia d’amore. Forse sarebbe stato meglio dar retta all’incipit della voce narrante fuori campo, “La principessa senza voce, una storia d’amore… [evito anticipazioni, dai]”.

Nel diverso non leggiamo la poetica di un del Toro utopico. Gli americani sono tutti anticomunisti ossessionati da un progresso che potrebbe portare solo all’olocausto nucleare? I mostri sensibili non rappresentano l’alternativa e non hanno troppo da insegnarci, ma potrebbe esserci qualche beneficio in termini di salute per la specie più debole (l’Homo Sapiens o l’Homo Itticus?). Quello che può nascere è tuttavia un legame tra idividui di specie diverse e l’unione potrebbe risultare anche perversamente avvincente. Bontà loro, è un film che piacerà più alle donne che agli uomini.

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Di tutto questo romanticismo, forse, per quanto motivato da pulsioni biologiche fantastiche, non avevamo bisogno. Avremmo preferito approfondire il meccanismo di disagio che si agita nella mente di chi conosce un essere vivente differente e vedere come si affrontano le paure del caso, e non l’ennesimo miracolo d’amore, il sentimento utopicamente capace di superare ogni barriera. Ma forse l’errore è stato pretendere troppo.

Il film si lascia guardare comunque con piacere, benché non pare smuovere granché. Apprezzabili i meta-plot nella vicenda principale, l’artista vecchio stile che non si arrende alle nuove tecnologie figurative, le donne di colore che lottano per affermare i loro diritti fuori e dentro la famiglia, e l’ottusità dei loro uomini che confondono l’amor proprio col tradimento. Particolarmente sinistra è la caratterizzazione del coriaceo colonnello Strickland (Michael Shannon), “sergente di ferro” che legge libri motivazionali da seguire alla lettera per diventare un uomo di successo, al netto della sua mediocrità.

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Il mondo delle acque non cessa di affascinare l’uomo, inesauribile fonte di ispirazione e inquietudini. Basti guardare l’attenzione che gli riserva l’arte contemporanea, dal corallo gigante in via di estinzione di Damien Hirst alle conchiglie giganti di Marc Quinn, levigate dalla forma dell’acqua. Lo provano le inaspettate migliaia di letture che registriamo sul nostro blog per articoli sugli shark movie (Paradise Beach, The Meg, 47 metri, tutti firmati dall’amico Lambert). Lo conferma Guillermo del Toro deviando il colpo di pinna caudale, lo ribadiranno gli incassi e ne saranno felici i produttori – ogni volta che si rimanda alla versatile molecola H2O è grande successo. Ma se è vero che l’acqua si plasma su tutte le altre forme allora la mia recensione è l’eccezione che conferma la regola.

Kimerol

 

Film evocati:

King Kong (Merian C. Cooper, Ernest B. Schoedsack, 1933)

Il mostro della laguna nera (Jack Arnold, 1954)

Balla coi lupi (Kevin Costner, 1990)

Il favoloso mondo di Amélie (Jean-Pierre Jeunet, 2001)

Reality (Matteo Garrone, 2012)

Il racconto dei racconti (Matteo Garrone, 2015)

Paradise Beach – Dentro l’incubo (Jaume Collet-Serra, 2016)

47 metri (Johannes Roberts, 2017)

The Meg (Jon Turteltaub, 2018)

La Forma dell’Acqua – The Shape of Water (Guillermo del Toro, 2017)


4 risposte a "La Forma dell’Acqua – The Shape of Water, complicazioni per il Mostro della Laguna Nera"

  1. Concordo su molte cose che scrivi. Forse piacerà più alle donne che agli uomini, pazienza. Questo non implica l’essere o il non essere un buon film. Pongo una riflessione solo su una chiave di lettura che esprimi. L’ambizione iniziale lascia spazio udite udite alla storia d’amore. E se l’intenzione fosse solo e soltanto quella? Narra, in maniera retorica e con recitazione spintamente all’americana, specie nel mediocre Strickland che tanto mi ricorda i personaggi di Black dalia di De Palma, una storia d’amore che io ho trovato godibile con spunti di buon lirismo. “Avremmo preferito approfondire il meccanismo di disagio…” è un concetto non applicabile universalmente. È una storia d’amore come tante, raccontate con stile. Non credo sia un peccato necessariamente o un’infamia. Certo non meritava tutte quelle candidature e forse nemmeno il premio al miglior film.

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    1. Ciao Deborahhh, le tue considerazioni sono inappuntabili. Probabilmente le intenzioni erano quelle di trattare la storia d’amore, concetto di per sé legittimo. L’equivoco – a torto o a ragione – nasce dalla inesauribile sete cinefila di cui siamo vittime. Del Toro è un bravo regista e ne Il labirinto del fauno ci aveva convinti, così abbiamo alzato l’asticella. Avremmo voluto vedere quel talento visionario declinato diversamente – insomma, ci auguriamo sempre di trovare qualcosa di nuovo. Qui la novità sta nella commistione di generi e il film è ben fatto, ma forse è troppo poco. Certamente non avrei dato l’Oscar al Miglior film e alla Migliore regia.
      🙂

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  2. Chiedo scusa se ho fatto una riflessione solo su questo prodotto, senza tenere in conto la necessaria evoluzione cinematografica di Del Toro. Di suo avevo visto solo Pacific Rim che non mi aveva entusiasmato tantissimo. Vedrò di colmare le mie numerose lacune sul tema. Grazie mille 😉

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  3. Sono d’accordo con la risposta del Cinetecario. Se fosse solo così ogni film sarebbe bello, pure uno di Christian De Sica. Vabbè, forse no. Comunque ci si aspettava molto di più da un film che ha vinto l’Oscar. Non ho visto tutti i film candidati, ma Dunkirk e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri mi sembrano entrambi superiori a questo che rimane solo un buon film.

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