Chiamami col tuo nome – Il meccanismo doloroso della consapevolezza

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Luca Guadagnino è un regista sorprendente. Spunta quasi dal nulla, dopo un filmetto qualsiasi tratto da un libretto, Melissa P. del 2005, e dirige nientepopòdimenochè Tilda Swindon in Io sono l’amore nel 2009. Film forse troppo retorico in certe parti ma comunque bellissimo, con immagini e una cura dei particolari che lasciò sorpresi perché fuori scala nel sempre più tecnicamente grossolano cinema italiano. Nel frattempo fonda una casa di produzione in America e lavora con i principali cineasti come consulente. Poi ricompare con un altro film nel 2015, A Bigger Splash, remake interessante ma non completamente riuscito del film La piscina con Alain Delon e Romy Schneider del 1969, ma la cosa che salta all’occhio è che ormai è già volato verso l’alto con le produzioni americane.

Schermata 2018-01-27 alle 21.52.06Chiamami col tuo nome tratto dal romanzo omonimo di Andrè Aciman del 2007 è il terzo film della “trilogia dell’Amore” di Guadagnino. Il libro diventa proprietà dei produttori americani addirittura prima che venga dato alle stampe, successivamente James Ivory scrive la sceneggiatura e il regista Guadagnino viene impiegato solo per scegliere le ambientazioni italiane, poi successivamente viene scelto per dirigere il film insieme allo stesso Ivory che ha idee grandiose su un film viscontiano. Trovandosi successivamente nella necessità di rinunciare per motivi economici ad una produzione costosissima lascia la regia e i diritti della sceneggiatura a Guadagnino.

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E aggiungiamo noi, per fortuna! Perché una caramellona lussuosa con musiche alla Respighi e l’ipertrofia prostatica da vecchio aristocratico gay, ricco e morboso, ci avrebbero mostrato un’altra cosa. Probabilmente una specie di Morte a Venezia o Maurice.

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Guadagnino invece decide di “scaricare” il film da ogni connotato erotico-drammatico, di evitare i barocchismi estetizzanti e di rendere la storia semplice e naturale come è descritta nel libro e soprattutto, che non soggiaccia al gusto della cinematografia gay. Che sia una storia casualmente gay come potrebbe essere etero ed è per questo che sceglie due attori eterosessuali. Eseguito qualche taglio all’originale, qualche modifica qui e là, e soprattutto tagliate alcune scene di sesso che avrebbero dato un connotato troppo fisico alla vicenda,  la storia è pronta.

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Ed ecco il film sull’amore di Elio e Oliver, in una villa antica del cremasco, durante una fresca estate del 1983.

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Smarrisco la strada e cammino, cerco ciò che non posso ottenere, ottengo quel che non cerco. Rabindranath Tagore scrive così ne “Il Giardiere” (ediz. Guanda), e sono i versi esatti per descrivere il personaggio protagonista di quelli che credo essere a tutti gli effetti un libro stupendo e un film perfetto.

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Cosa c’è di più intimo che scambiarsi l’identità, anche solo per un gioco segreto? Cosa c’è di più bello che evaporare la propria intimità gettandosi in un precipizio di cui non si vede il fondo solo sorretti dalla fiducia del proprio desiderio? Frangere il proprio mondo contro quello dell’altro in un mistero che si condivide a scapito di tutto l’universo che ci circonda?

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Elio e Oliver scoprono un legame che in modo non lineare si è creato tra di loro. Scoprono di amarsi. Scoprono che insieme sono qualcosa di diverso. Scoprono la loro vita e l’unicità della loro personale esistenza ma lo fanno su due piani diversi, nello stesso momento. Elio è un ragazzo di diciassette anni sensibile e intelligente che studia composizione musicale e vive in una grande villa antica immersa in un parco nella campagna di Crema, figlio unico del professor Perlmann, archeologo ebreo, che invita ogni estate un suo dottorando per curarne l’impostazione della tesi. Quella dei Perlmann non è una famiglia conflittuale, non ci sono problematiche particolari e anzi il rapporto di Elio con i genitori è affettuoso e sincero. Elio è vergine, sessualmente inesperto e con il desiderio fisico compresso che brucia il midollo dell’adolescenza.

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Oliver è il dottorando americano di circa venticinque anni che esemplifica esattamente il classico adone statuario, atletico alto biondo e sicuro di sé, finanche un po’ arrogante, di quella sicumera di chi sa di essere comunque sempre ammirato e accettato. Oliver desidera e ottiene tutto quello che vuole.

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Le cose tra i due progrediranno intrecciando situazioni inusitate, fraintendimenti brucianti e repentini cambiamenti interiori. La corsa tra i due è impari: la consapevolezza di Oliver contro l’ingenuità di Elio (“non so nulla di ciò che mi servirebbe di sapere” dice), la sicurezza del volere dell’uno contro la paura di essere dell’altro, la sensualità contro l’amore assoluto. Elio ed Oliver intraprenderanno una corsa a due velocità e nessuno dei due sa dove li porterà alla fine. Scambiarsi i nomi nell’intimità è il tentativo di condividere in modo assoluto anche ciò che li separa come persone, per età, estrazione e carattere.

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Non posso ascriverlo al genere erotico, posso dire che sia un film sensuale, certo, ma che agisce più sul piano intellettuale, estetico, sentimentale che su quello fisico. È una storia d’amore, non un’avventura erotica.

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Il film procede con perfetto sincrono tra azione e narrazione. La ricostruzione dell’estate del 1983 proprio durante la creazione del primo governo Craxi e l’inizio dell’epoca smargiassa “Anni Ottanta” è di una esattezza che, per chi quegli anni li ha vissuti, lascia basiti, quasi si assista ad un film veramente girato 35 anni fa. Questo aspetto della ricostruzione perfetta e minuziosa di ogni elemento come la musica (scelta con sapienza, anche qui esatta di tempi e luoghi), i costumi, le scene, gli arredi e ogni minimo particolare non è un semplice contorno bensì primaria strategia di avvolgimento dello spettatore.

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Noi che guardiamo il film nel 2018 dobbiamo credere che quelle persone reagiscano e pensino secondo proporzioni differenti a quelle che oggi gli stessi protagonisti avrebbero. L’illusione del viaggio nel tempo ci distacca dal nostro cinismo da iper-tecno-assistiti della nostra epoca e ci immerge in una società non ancora dipendente dall’onniscenza diffusa e invece ancora soavemente ancorata ai ritmi analogici.

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Elio si informa leggendo, studia gioca e si diverte ancora come facevano i suoi genitori vent’anni prima, il gap generazionale non ha compiuto ancora il balzo scellerato verso l’ipervelocità. Allontanarsi da casa rimane incardinato al mistero della difficoltà di comunicare, fare e pensare in ogni metro del percorso. L’attesa è un principio di normale misura dello spazio. Oliver scrive a mano la sua tesi, si muove fisicamente in Italia per avere accesso ad informazioni che altrimenti non troverebbe negli Stati Uniti, per conoscere si deve spostare, perfino per stampare delle fotocopie l’impresa sembra macchinosa, insomma affronta fisicamente e non attraverso un avatar immobile su una sedia, la meccanica del fare e il mondo dei rapporti umani e sentimentali. Elio e Oliver sono ancora ingenui. Vivono ancora una meravigliosa “vita lenta” misurata per intensità e non per velocità.

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Guadagnino compone un affresco sociale circoscritto ma preciso senza mai scadere nell’ovvietà macchiettistica o di genere. La famiglia di intellettuali ebrei, democratici, con una visione aperta e non cattolica della società, di cui intuiamo l’attenzione alle tradizione giudaiche ma anche una commistione culturale di origini familiari diverse è l’humus per definire pienamente le motivazioni sentimentali e intellettuali di Elio, un ragazzo non compresso da adulti irrisolti ma libero di vivere se stesso. Oliver è invece un ragazzo che proviene dalla chiusa provincia americana, bacchettona, di cui poco sappiamo se non che il padre, al contrario del professore, se avesse saputo che suo figlio è gay lo avrebbe chiuso in riformatorio. Questo ci indica la cifra caratteriale dell’americano che al contrario di Elio conosce la malizia insita nel desiderio e nel suo gioco. Queste le premesse per una “educazione sentimentale” che nasce spontanea e cresce felice, forse.

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La ricchezza delle scene che ci avvolge in una famiglia e in un ambiente amichevole, caldo, non è mai laccata o peggio edulcorata. La fotografia luminosa che esprime l’energia sottesa in ogni fare dei protagonisti non diventa quadro pittorico perché renderebbe innaturale il senso degli spazi, teatro di una storia che vuole essere vera. L’attenzione alla disposizione di cose e persone, il senso del ritmo e la fluidità della narrazione non possono che ricordare certe atmosfere “dinamiche” de Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica, piuttosto che l’asprezza elegante di Visconti o la morbosità di Bertolucci, per esempio, del goffo e retorico Io ballo da sola.

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L’attore protagonista, Timothee Chalamet, dimostra una genialità interpretativa coinvolgente. Così come gli altri coprotagonisti, da Oliver (Armie Hammer) ai familiari e amici, rendono con grande misura il carattere dei loro personaggi anche se l’energia potente di Elio / Chalamet, con la sua recitazione calibrata e profonda, costituisce il cardine fondamentale della riuscita di questo splendido lavoro.

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E il vostro affezionato Lambert, riposta l’ascia di guerra, torna a casa soddisfatto e commosso…

Lambert

 

Film evocati:

La piscina (Jacques Deray, 1969)

Il giardino dei Finzi Contini (Vittorio De Sica, 1970)

Morte a Venezia (Luchino Visconti, 1971)

Maurice (James Ivory, 1987)

Io ballo da sola (Bernardo Bertolucci, 1996)

Melissa P. (Luca Guadagnino, 2005)

Io sono l’amore (Luca Guadagnino, 2009)

A Bigger Splash (Luca Guadagnino, 2015)

Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino, 2017)


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