L’ora più buia – Luce o abisso

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L’ora più buia è quella del paventato tracollo, in cui temiamo di non arrivare alla successiva. Lo sapeva bene Winston Churchill, chiamato in extrema ratio a serrare le redini di una storia imbestialita, a fare i conti con una classe politica talmente ostile da cedergli lo scranno proprio quando il legno diventa brace. Andiamo a vedere l’ennesimo film sullo statista inglese, dopo le performance di characters emimenti come Richard Burton, Albert Finney, Michael Gambon, Viktor Stanitsyn e in ultimo il sardonico Brian Cox. Ne avevamo bisogno?

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Maggio 1940, le truppe di herr Hitler invadono la Francia che cadrà di lì a poco, si arrende l’Olanda, il Belgio è battuto e le Ardenne sembrano l’avamposto sul mondo, la germanizzazione dell’Occidente è uno spauracchio da toccare quasi con mano. Neville Chamberlain annaspa meditando la trattativa col nemico, subodorando senza troppa nausea l’invasione della Gran Bretagna, ma l’opposizione ne chiede la testa e i Conservatori sono costretti a cedere l’egida all’esponente più odiato, quel Winston Churchill osteggiato anche da Sua Maestà Giorgio VI.

Della messa in scena colpisce subito la luce che cola a picco sulla Camera dei Comuni dai lucernai sovrastanti, una spadata di taglio che oltre ad essere una furbata estetica del direttore della fotografia (Bruno Delbonnel) è anche una rasoiata espressiva: la storia pende dall’alto come una spada di Damocle, sta a questi puppets chiaro-scuri reagire alla grande burattinaia e rivendicare la propria autonomia. Ma i parlamentari se non della storia sono marionette dei pochi oligarchi insediati, su tutti l’uscente Chamberlain e l’inquietante Halifax, i quali giocano tra la trama e l’ordito, cucendo con l’ago della diplomazia interna il destino di una Nazione.

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Ma nonostante i sotterfugi l’eroe ce la farà, affermerà le proprie spregiudicate (positive) intenzioni e non si piegherà a quanti volevano solo limitare i danni di una distruzione che pareva inevitabile. Così le trattative con la Germania rimarranno nelle bozze delle dattilografe, secondo una resilienza inglese rappresentata da una guida pragmatica e visionaria allo stesso tempo.

Lo dico senza giri dialettici. Gary Oldman è straordinario. Mi si dia dello smemorato ingrato dai fanatici dei predecessori, ma la sua rappresentazione teatrale raggiunge vertici inauditi. Il bello è che a Churchill non somigli neppure così tanto, ma se avessero voluto il sosia non avrebbero trovato l’attore. E che attore: ha una vita tutta sua all’interno del personaggio ma non la fa vedere, dimentichiamo subito la sua storiografia filmica, l’immersione è totale e noi cinefili goderecci ci sguazziamo come paperi. La figura pingue, la silhouette ingrata ma sicura, il broncio e tutto il resto li avevamo già visti e fin troppo bene, ma Oldman aggiunge qualcosa in più e non riusciamo neppure a denunciarlo, proviamo per sottrazione ma perdiamo gli elementi che pensavamo avere colto. In altre parole, il personaggio si rende quasi persona, nel senso autonomo del termine, e non ne percepiamo più il lato tecnico ma solo l’incanto.

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Il Churchill di Joe Wright, il regista sempre sospeso tra Ottocento e presente (Orgoglio e pregiudizio, Anna Karenina), è un agglomerato di sferzate retoriche incisive pro patria e genialità verbali regalate anche (tra gli altri) alla dattilografa, ma ci viene presentato inizialmente come un beone disattento che mangia a letto e biascica più del dovuto. In ottemperanza alle più consuetudinarie regole narratologiche è un carattere che evolve, dal comandante smarrito a quello che trova la forza di recuperare la nave. Ma a riprova del fatto che abbiamo a che fare con una produzione inglese (vivaddio, in questo caso, non americana) vi è un’ostinazione di base che rimane sul fondo come a dirci (e noi siamo d’accordo) che l’eroe possa nascere anche motivato e non debba necessariamente maturare. Lo statista infatti non si arrovella più di tanto per il fallimento della battaglia di Çanakkale in Turchia nella Prima Guerra Mondiale, sicuro delle contingenze politiche che ne furono la causa.

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Il colpo retorico dello sceneggiatore è invece la glorificazione del popolo inglese, rappresentato in tutta la sua contegnosa fierezza nelle carrellate rallenty delle esterne, quando Winston osserva le formiche che si muovono in strada per fare le scorte prima della battaglia. Cose simili sanno di già visto. Ad ogni modo la scena della metropolitana, col Premier che chiede ai londinesi in carrozza cosa vorrebbero che facesse (arrendersi o combattere?) secondo una democrazia diretta ateniese aggiornata, è ben fatta e dà quel calore necessario alla costruzione emotiva dell’impianto filmico.

Ma è soprattutto la scelta di puntare sulle celebri orazioni ad essere felice, le battute sono degne delle commedie inglesi più brillanti benché siamo nel dramma più puro (spero non suoni ironica, dico davvero), lo humour grigio-nero è arguto quanto la verve politica, i testi scritti sono importanti (Churchill esordì come giornalista, concluse col Nobel per la letteratura) e possono essere la chiave per cambiare la storia.

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Churchill, spaccando i suoi momenti più intimi, ricacciando via i demoni attaccati al seno del suo partito e dando adito alle proprie decisioni, riuscirà a salvare le truppe inglesi arcionate all’ultima spiaggia di Dunkirk e a consegnare una speranza ad un intero continente. Non è spoiler, è storia. Da notare che il termine Europa (in ottica anti Brexit?) appaia più di quanto non appaia il nome del Regno.

Noi rimaniamo vigili su una pagina di storia più plumbea di quanto non ce la voglia far vedere Wright, ma siamo soddisfatti se non altro del film in sé (cinque meritate nominations agli imminenti Oscar) e della performance mirabile di Gary Oldman, candidato egli stesso alla statuetta più ambita e già vincitore del Golden Globe al Miglior attore in un film drammatico.

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Completano l’opera attori validi come Kristin Scott Thomas (Clementine Churchill), Ronald Pickup (Chamberlain), Stephen Dillane (Halifax), il montaggio di Valerio Bonelli e le musiche Dario Marianelli (entrambi italiani) e una regia puntualissima che se non denota chissà quali elementi autoriali concede quantomeno un allestimento godibilissimo.

La scelta di Churchill fu senz’altro gravosa, la vostra è sicuramente più agevole. Andate a vederlo.

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Film evocati:

Dunkirk (Christopher Nolan, 2017)

L’ora più buia (Joe Wright, 2017)


2 risposte a "L’ora più buia – Luce o abisso"

  1. Credo che un merito del film sia stato quello di aver tracciato molto bene le contraddizioni di un uomo politico senza esaltarne per forza la figura di eroe. Dal disastro di Gallipoli nella prima guerra mondiale ad uscire nudo dalla doccia, dal fumare e mangiare a letto alle parolacce non sottaciute sino ad arrivare al politico ultraconservatore sempre onesto con la popolazione a cui pure mente nel descrivere una disfatta come un trionfo, la conferma che un uomo che non cambia mai idea è poco credibile. Insomma un personaggio burbero e proibizionista che grazie al volgere della fortuna della Storia diventa uno degli statisti più influenti del Novecento. Credo ci sia anche tutto questo in pillole nel film.

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    1. Probabilmente più che pillole occasionali sono delle vere e proprie medicine. Una metafora un po’ balorda per dire che hai ragione. In questo film c’è anche questo. Un altro aspetto su cui non mi sono soffermato è l’opzione quantica, il bivio che l’uomo Churchill deve affrontare determina appunto la Storia. Cosa sarebbe mai successo se la avesse avuta vinta Halifax? Probabilmente, per dirla con Philip K. Dick, oggi avremmo la svastica sul sole. Il film ci evoca anche questo. Ma per fortuna la Storia non si fa con i se.

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