Assassinio sull’Orient Express. Il treno non deraglia, ma non arriva a destinazione

Murder-on-the-Orient-Express-poster-croppedIl romanzo “Murder on the Orient Express” di Agatha Christie (1890 – 1976) edito nel 1934, scritto nella celebre stanza 441 dell’Hotel Pera Palas a Istanbul, rimane un capolavoro non solo per la sua storia splendidamente svolta e per le descrizioni puntuali, ma anche per il senso profondo di una morale “posizionale” assolutamente inedita all’epoca. Morale che discriminava le motivazioni del Male come elementi fondanti la presunzione di colpa o di innocenza secondo una modalità di giudizio mai evidenziata in un romanzo popolare. Una posizione dunque non moralista bensì “moderna”, che non assumeva come cardini di valutazione né il dogma religioso ma neanche quello morale della “società civile”, piuttosto le teorie junghiane e la psicanalisi cui l’autrice si era avvicinata a causa delle profonde crisi psicologiche di cui lei stessa era vittima.

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Nel 1974, in pieno revival estetico dell’Art Deco, ecco che esce in tutti i cinema il film di Sidney Lumet Assassinio sull’Orient Express, un kolossal con un parterre di superstar del cinema fenomenali come Albert Finney (Poirot), Ingrid Bergmann, Michael York, Jaqueline Bisset, Sean Connery, Vanessa Redgrave, Anthony Perkins, Martin Balsam, Richard Widmark, Jean-Pierre Cassel, John Gielgud e molti altri notissimi. Considerato universalmente il capolavoro assoluto dei film ispirati ai romanzi di Christie, ebbe 17 nominations agli Oscar del 1975 meritando ben 5 statuette. Le scenografie, la cura dei personaggi e la loro interpretazione, le ambientazioni, i costumi, la musica e soprattutto la regia di Lumet perfettamente calibrata ne fecero un successo mondiale straordinario, il più grande nella storia di una produzione inglese e la matrice per i film successivi interpretati da Peter Ustinov (Poirot), tutti enormi successi. Inoltre questo film riportò in auge proprio l’autrice che ebbe un revival mondiale. Agatha Christie presenziò personalmente alla prima e ne fu entusiasta.

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Poirot di Albert Finney nel 1974

Domanda: Se fosse viva oggi avrebbe in sala lo stesso giudizio sulla nuova versione del suo romanzo? Andiamo per ordine.

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Nell’Anno del Signore (poco…) 2017 Kenneth Branagh, attore famosissimo di teatro scespiriano inglese e regista di se stesso, presenta il suo Assassinio sull’Orient Express con l’egida di costruire un kolossal alla vecchia maniera, pieno di star e ambientazioni favolose. Branagh è un buon attore, molto stimato ma non eccelso, che ambisce da tutta la vita ad ssere come Lord Lawrence Olivier (1907 – 1989) considerato, a ragione, il più grande attore inglese (e tra i più grandi in assoluto) di tutti i tempi, brillante regista e innovatore teatrale. Il problema è che la buona volontà, un buon talento, l’impegno e l’intelligenza non possono competere con il genio naturale che nasce a campione e illumina a caso un essere umano su milioni dotandolo di super poteri come Olivier nel suo campo. Lawrence Olivier (4 oscar, 17 nominations e ogni tipo di premio immaginiate) era un uomo bellissimo e carismatico capace di passare dal carattere più malvagio e mefistofelico (il medico nazista de Il Maratoneta o il suo Riccardo III) a quello romantico appassionato (Cime Tempestose) fino alle sfumature più ambigue di Sleuth con assoluta naturalezza.

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Gli altri, non dotati di questa genialità, al massimo potranno essere dei grandi professionisti di successo, talentuosi senz’altro, ed è già molto. Questo il caso di Branagh che di Olivier non possiede le doti attoriali e tantomeno quelle registiche. Abbiamo dunque ammirato, tra i vari, i suoi sforzi negli adattamenti cinematografici dal “Grande Bardo” come Enrico V (molto premiato) e Hamlet, di Mary Shelley come Frankenstein, o nel remake del classico di Joseph L. Mankiewicz Gli Insospettabili (Sleuth) del 1972, già straordinario successo teatrale (ispirato a Mousetrap di Christie) e per altro interpretato da Olivier e da Michael Caine, e proprio quest’ultimo ritorna nella versione di Branagh del 2007. Tutti lavori buoni, “interessanti”, colti ma mai memorabili.

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In questo caso la invincibile fiducia in se stesso e la straripante autostima di Branagh lo portano a confrontarsi con un capolavoro assoluto del cinema che fino ad oggi non solo funziona perfettamente ma fa i punti ai migliori mistery che sono usciti successivamente. Intendiamoci: capolavoro che registi ben più dotati di lui hanno avuto il buon senso di non voler riproporre.

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In questa versione del 2017 la storia originale, come nel 1974, viene conservata con alcune varianti, anche comprensibili, e non è certo il cambiare un ruolo o alcuni intrecci che può rovinare una storia comunque perfetta come un meccanismo ad orologeria. Dunque di questa versione di Branagh, quello che si presenta allo spettatore sono fondamentalmente due film molto diversi a seconda se chi assiste abbia visto la versione del 1974 oppure no. Nel primo caso lo spettatore non sarà per nulla convinto dal baraccone costoso, come non lo è stato per Spectre o per Star Wars VIII, perché riuscirà ancora a distinguere la quantità dalla qualità. Il secondo molto probabilmente si ingoierà giulivo il pastone come un indigeno che viene dalle foreste del Borneo e mangiasse la pasta scotta di un autogrill. Ovviamente i secondi non riusciranno neanche a capire perché mai con tutto “sto po’ po’ di robba” noi non si gridi al capolavoro, e come al solito passeremmo per cattivoni, malvagi, schizzinosi. E chi se ne frega, sapete che io sono una carogna che non guarda in faccia nessuno.

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Il nuovo Hercule Poirot. Questa è la cosa più interessante e forse, dico forse, riuscita del film. Branagh si trova a risolvere il primo grande problema: come riuscire a fare “il Poirot di Branagh” (l’abbiamo detto, lui è presuntuosissimo) dopo il capolavoro di Albert Finney nel 1974 (che semplicemente fece il suo senza farsi tante pippe), la simpatia cartoonesca di Peter Ustinov nei Settanta / Ottanta e la prova ventennale e superconvincente di David Suchet? Allora, lui che è un Grande Attore, un Genio, pensa: come trasformo questa specie di pingue pinguino dal testino rotondo, anchilosato, pieno di tic, bruttino, sfigato, impettito, malaticcio in un super-eroe tipo Marvel che tira un sacco oggi? Il Nostro si alza dunque una mattina, si fa la doccia, si mette un po’ di gel sui capelli folti e si fa due bei baffoni a doppio manubrio da venti centimetri, et voilà!

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In effetti il “suo” Poirot non è uno sfigato (sennò i giovani d’oggi, quelli fanatici intendo, non lo rispetterebbero) anzi è un figo da paura: dritto, scattante e atletico, di appena mezz’età (Dilf?), occhio azzurro ammiccante, baffone virile, con un bastone saettante che neanche Dare Devil, un Poirot da fumetto d’autore, dai tratti stilizzati. Il carattere di questo nuovo personaggio è senz’altro freddo, ossessionato non dalla pulizia ma dalla simmetria e con un grande amore di una donna del suo passato che gli scalda il cuore e che disintegra la misoginia originale del personaggio (asessuato) in uno spirito virile romantico e indomito. Sarebbe stata anche interessante questa visione robotica del detective a cui Branagh restituisce, anche nel testo, alcune motivazioni psicologiche convincenti, se con lo stesso coraggio il nostro Kenneth avesse virato tutto questo lavoro non ad un “vorrei ma non riesco a fare” il capolavoro di Lumet bensì avesse riscritto una versione totalmente originale. Il problema di questo film è che vuole stare con un piede di là, nel 1974, e uno di qua con il gusto semplicistico e caciarone del pubblico sempre più di bocca buona dei nostri tempi.

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Le ambientazioni, le scene, i costumi. Le scene, soprattutto quelle esterne, sono piuttosto spettacolari e la fotografia è assai curata. Le panoramiche sono ricchissime, ovviamente tutte in CGI cioè digitali, con vedute vertiginose a volo d’uccello di Istanbul e dei paesaggi naturali che il treno percorre. Questo lo interpretiamo come il desiderio di Branagh di rendere il film meno claustrofobico, più appetibile ai giovani, e con questa idea geniale ecco che, senza alcun perché, di punto in bianco, si deve uscire dal treno. Eh sì, perché il buon Poirot cammina in alta quota nel gelo lunare dei Carpazi, in giacchetta, con scarpette di cuoietto immaginiamo finissime, e per di più sul tetto ghiacciato del treno (senza scivolare nel baratro che si apre di sotto, sul ponte ove il treno si è bloccato) oppure assurdamente, preso forse da caldane andropausiche, obbliga alcuni poveretti ad interrogatori sulla neve o davanti a sportelli aperti sempre sul gelido baratro e sempre in giacchetta. E sempre senza che vapore esca dalle bocche… Peccato che la storia originale giochi proprio sulla claustrofobia.

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La ricostruzione dell’Orient Express è buona ma senz’altro molto meno curata di quella di Lumet, dove l’ossessione del particolare era stata una novità assoluta nel panorama cinematografico dell’epoca. Anche i costumi non colpiscono per la cura, anche se in generale ad un occhio non allenato sembrano fare il loro effetto. Nel 1974 (…è colpa mia se è migliore?) perfino i tessuti spessi e ricchi degli anni Trenta erano in gran parte originali e i costumi furono perfino riutilizzati per molti film e serie televisive (tra cui quella di Poirot di Suchet!).

 

Noiosamente Corretto. Vogliamo parlare dell’insopportabile moralismo di questi nostri tempi barbari, cioè del Politically Correct? ATTENZIONE SPOILER. Fin dall’inizio la storia viene modificata e il caso iniziale di Poirot a Gerusalemme presenta il furto di una preziosa reliquia i cui indagati sono tre preti di tre religioni diverse: musulmana, giudaica e cattolica. Ma come previsto nessuno dei tre è colpevole bensì il poliziotto cioè il Potere, il Giudice. Un bel pistolottino per i nostri giorni, eh! Tutto soggiace all’ormai consueto adagio che la “religione Anonimous” ci ha inculcato in questi ultimi anni, cioè che non è mai responsabilità del popolo e delle religioni ma delle Istituzioni, che siamo tutti (chi? Un’ameba sociale? Un bolo massificato? Io, voi, lui?) innocenti ma schiacciati da una oligarchia segreta e malvagia che ha il controllo delle istituzioni e della nostra vita. Già, perché se ciò non fosse, noi che senz’altro siamo tutti buoni e intelligenti, trasformeremmo il Mondo in un paradiso… eh certo!

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Va bene che i grandi poteri fanno danno, come lo è sempre stato fin dall’epoca dei Romani (di ieri e di oggi), altresì non è giustificato togliere responsabilità quando sia il caso anche di chi fa parte di minoranze o religioni particolari. Per intenderci, esistono anche gay merdosi e non solo buoni e bravi, musulmani pazzi e non solo pacifici e devoti, cristiani psicopatici e non solo pietosi e altruisti, ebrei viscidi e non solo colti e generosi, ispanici e afroamericani sottosviluppati e non solo avvocati, magnati o presidenti, attricette troie sfondate e non solo povere ragazze circuite e così via. Eppure oggi siamo nell’epoca del Ben Pensare-Ben Educare, ma solo a parole ovviamente.

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Ecco che il cinema si piega all’ingenuo “volemose tutti bbene” di Jean Claude assumendo spesso sviluppi di trama fastidiosamente banali. Così come l’obbligo sindacale di mettere etnie diverse anche in storie ove queste non siano previste (afro-americani e ispanici ci devono essere anche se non c’entrano un cazzo, sennò il pubblico scemo si offende e non va al cinema), in questo caso il fiero e britannicissimo Colonnello Arbuthnot diventa un dottore (immaginiamo di Emergency) profugo nero (egiziano?) e soldato che aiutato dal generoso colonnello Armstrong si istruisce e diventa una persona “ammodo”; la svedese Greta diventa Pilar, ovviamente una ispanica, interpretata da una mediocre Penelope Cruz; l’italiano Foscarelli diventa Marquez, ovviamente un messicano interpretato in modo anonimo da tale Manuel Garcia-Rulfo, e così siamo con la coscienza a posto anche lì; la figura “vagamente gaia” dell’assistente di Ratchett viene conservata e l’interpretazione di Josh Gad è piuttosto buona (il gay vigliacco, avido, con problemi paterni ovviamente); infine il dottor Constantine, greco, probabilmente armeno (e dunque negli anni Trenta perseguitato in Grecia come tale) viene sostituito dal Doctor Hardmann, ovviamente un ebreo che si finge tedesco nazista per delle indagini private (e siamo a posto anche con quelli, BINGO!). Secondo me queste sono tutte pippe superficiali. Dove bisognerebbe realizzare un sistema culturale che riscopra l’uomo a prescindere dalle sue appartenenze, invece non si realizza creando spesso e volentieri fin dalle scuole piccoli servi tecnologizzati con l’ossessione dell’uguaglianza massificata (addio scrivere e leggere sulla carta, studiare veramente il passato, imparare la fatica etc etc).

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Vi lamentate che in questo blog si parli di Cinema ma anche di cose più serie? Per voi siamo troppo pesanti? Amen. Se invece questo vi stimola, vi fa pensare e vi fa commentare, allora siete nostri fratelli. Continuiamo.

Gli interpreti. A parte quelli già descritti va segnalato Johnny Depp nella parte del criminale-vittima Ratchett / Cassetti. L’attore esprime un carisma molto forte, adatto a questa parte di manigoldo proprio perché è effettivamente un uomo appesantito dalla vita e con un’indolenza leggermente alcolica che gli dona decisamente, peccato che la sua parte duri poco. Michelle Pfeiffer, attrice brava e bellissima anche se non più giovanissima restituisce una certa classe al personaggio dell’avventuriera americana con una tonalità triste e amara che rimane. Defoe nella parte del medico ebreo così come Daisy Ridley seguono la sciatta regia di Branagh. Il grande attore scespiriano Derek Jacobi nella parte del maggiordomo (che fu di Gielgud, altro grandissimo attore classico inglese) offre le sfumature che un professionista al suo livello sa rendere, così come Judy Dench che pur nella parte fenomenale della “draculesca” Principessa Dragomiroff non viene messa in grado di offrire una caratterizzazione veramente imponente, come per altro la storia originale prevedeva. Stendo un velo sull’insipida e inutilmente isterica interpretazione del Conte Andrenyi del ballerino ucraino Sergei Polunin, perfetto come fisicità ma risibile fin dalle prime battute quando incongruamente (verrebbe dall’aristocrazia, non da un banlieu) stende un gruppo di paparazzi con piroette tipo Spiderman.

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La regia. Questo è il vero problema. Al solito Branagh, che è un buon attore, si picca di essere il regista capace che non è, offrendo prove senz’altro professionali e ricche ma senza alcuno smalto. La storia segue a singhiozzo, vi sono trovate registiche curiose (le riprese dall’alto dello spaccato del treno, la scena dell’assassinio confusa, quasi febbrile e distorta) e altre piuttosto goffe come il finale esterno all’imbocco del tunnel sul tavolone con i dodici imputati posizionati come l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. I personaggi non sono sviluppati a sufficienza e i grandi attori presenti nel cast non vengono valorizzati, tanto che il confronto con le interpretazioni del 1974 risulta impari. Segnalo come ciliegina sulla torta il fatto che l’ultima frase del film sia quella di un funzionario che richiama Poirot in missione, come fosse James Bond, perché c’è un nuovo delitto… sul Nilo!

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A parte che in Assassinio sul Nilo Poirot è GIÀ in vacanza e capita al centro di una situazione delittuosa suo malgrado ed è proprio questo che rende il personaggio curioso. Proprio in questo è la grande novità di questo personaggio; che senza alcuna preparazione ma semplicemente avendo conosciuto “alla pari” i sospettati prima del delitto egli con il solo ausilio della psicologia riesca a risolvere il mistero perché, come dice Poirot in un romanzo, “nella natura della mente dell’assassino io riconosco il suo movente”. Cosa ben diversa arrivare come l’Ispettore Montalbano sul luogo del delitto! In effetti risulta un po’ volgarotta l’idea così manifesta di creare una serie, un franchise con Poirot che saltella a destra e a manca alla bisogna come un impiegato di polizia. Il senso di furbizia commerciale si avverte molto chiaramente. Nel business del cinema che deve produrre introiti ciò è normale. Quando però si percepisce proprio come prima istanza di un’opera il “fare più soldi possibile” si toglie parecchio fascino all’intera operazione.

COMUNQUE:

Se per voi questi inutili particolari che il qui presente Lambert, noto rompiballe cinetecario, ha stigmatizzato sembrano inutili saccenterie sappiate che il film vi piacerà moltissimo e passerete due ore piacevolissime.

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Insomma ripeto la domanda: se fosse viva oggi, Agatha Christie dopo la visione di questo Poirot, darebbe lo stesso giudizio che diede nel 1974 alla prima del film di Lumet?

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Consiglio a Kenneth di non passare troppo vicino a dove è sepolta la signora Christie…

Lambert


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