Jack doveva morire? Titanic vent’anni dopo, cosa rimane

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Jack affonda nell’Oceano dissolvendo la speranza di tutte le donzelle aggrappate allo schermo, che maledicono la sfiga di non essersi trovate al posto di Rose. L’idolo poteva salvarsi, lo hanno messo nero su bianco alcuni analisti del web qualche tempo fa: l’asse di legno li avrebbe contenuti entrambi. E allora per quale motivo quella fiacca di una rossa ha lasciato che crepasse?

Le sanculotte del cinema romantico agitano le forcine per capelli ancora oggi. Era il 16 gennaio 1998, la vigilia di Sant’Antonio. Ma altro che herpes zoster, le rivoluzionarie avevano sulla pelle tutt’altro fuoco. Dopo avere raso al suolo i botteghini americani a Natale, arrivava nelle sale del Belpaese il monumentale Titanic. All’epoca non ero che un adolescente annaspante e non capivo la DiCaprio mania.

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Vent’anni dopo siamo ancora qui a parlarne. Cosa rimane di quel film? Tutto. Tanto per cominciare, l’ansia di un finale ineluttabile che avvampa gli umori di chi col proprio scafo catartico schianta l’iceberg degli scongiuri. Mai avremmo voluto essere la madre che smarrisce il figlio, o l’orchestrale all’ultimo giro di violino, o tantomeno il comandante di una nave se tutto è destinato ad andare in malora. Le acque sono fredde, al contrario delle poltrone del multisala – eravamo spaventati ma comodi nel vedere il mastodonte colare a picco, con la schiena spezzata e gli artigli ormai inutili.

Ma soprattutto rimangono loro, Jack e Rose, Leonardo DiCaprio e Kate Winslet.

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La storia la conoscete tutti, James Cameron è uno scaltro satanasso che sa stimolare l’area più corruttibile del cervello, come accattivarsene le sinapsi e imbrigliare i collegamenti più rapidi per il cuore. Allora ecco un giovanotto pieno di sogni che guadagna quello americano giocandosela a carte, una diciassettenne un po’ insignificante (un’attrice più bella avrebbe fagocitato l’ala reazionaria del partito femminile) che si ribella al suo mondo ovattato già confezionato, scendendo in terza classe per venirne meno. In mezzo, la nave dei sogni.

Il transatlantico non è solo il kolossal tecnologico che stupisce il mondo, non sposta le aspettative di migliaia di persone da un continente all’altro (o almeno non solo). È semmai l’espediente narrativo di un amore che molti sognano e che sarebbe improbabile nella realtà. Un concetto talmente banale che se va bene ti fa guadagnare due miliardi di dollari.

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Un film del genere è così amato perché il concetto è azzeccato, la vicenda cala l’ancora sul fondale del nostro stomaco. L’eroe squattrinato ma talentuoso, il giovane che sa vivere a prescindere dal portafogli – sfortunato nel censo, riuscito nell’aspetto – ovvero il rampante che sa conquistare la rampolla. Lei l’alto-borghese riluttante a sposarsi per denaro, pronta a rinunciare al suo mondo di privilegi, che non teme di sconvenire alla madre edoardiana e ai codici della sua razza, la ragazza intenta a scoprire costumi che mai avrebbe immaginato. È l’amor che move il sole e l’altre stelle, galassia che vai…

E allora chi di noi non avrebbe fatto il tifo per Jack e Rose? Io, per Nettuno. Ero lì a godere come un porcellino d’india quando Jack scivolava negli abissi, politicamente scorretto ieri più di oggi. Ma adesso sono Cinetecario di mondo e non ho più rancori né invidie. Sono qui per dirlo dopo tanto e non me ne vergogno: Titanic è un gran film. D’accordo, noi cinefili solitamente ci imbarchiamo su altri natanti, ma riconosciamo la giusta causa di un lavoro, anche quando non ce se ne chiede la perorazione.

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Il crescendo tra Jack e Rose rispetta tutti i canoni metabolici dello spettatore, il quale ha modo di seguire una partitura che gli si cuce addosso come un abito d’alta sartoria. La caratterizzazione dei personaggi è maniacale, l’impianto visivo è pazzesco, i dolly a scendere nel salone da ballo sono dei classicismi di maniera che fanno bene agli occhi, sintesi di una costruzione scenica perfetta. Il ritmo è il compendio di quel découpage hollywoodiano che vuole far dimenticare il medium filmico e buttarti nella storia, la colonna sonora (James Horner) è immaginifica coi brillanti cori sintetici in maggiore, la canzone di Céline Dion si sentì ininterrottamente per anni. Insomma Cameron – che la pellicola oltre a dirigerla se la scrisse e se la montò – coniugò la sapienza tecnica avanguardistica col racconto universale, voleva sperimentare la fusione di più generi cinematografici ma non interrogare troppo in senso autoriale. E forse è così che andrebbe visto questo film, senza troppe speculazioni “intellettuali”.

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Aggiungete degli effetti speciali pazzeschi, il cielo porpora della celebre scena sul ponte che nemmeno alla Disney (fotografia di Russel Carpenter), la ricostruzione del bellissimo gigante dallo scafo d’argilla. Pensate alla veridicità drammatica dell’acqua che vi spiove addosso mentre siete intrappolati nella vostra stanza quando la nave si inclina, all’esasperazione della lotta per la sopravvivenza con gli uomini pronti ad ammazzarsi per una scialuppa, alla rediviva sete di giustizia quando vedete i ricchi allontanarsi beati dal pericolo e i disgraziati rimanere al palo, alla solitudine oceanica quando si spengono le luci del Titanic. E poi Jack e Rose, ancora loro, che dopo essersi amati per una notte sola si ritrovano sulla prua eretta – mettete la vostra coscienza al posto della cinepresa che li segue mentre l’astronave sprofonda per sempre nell’universo.

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Insomma oltre ad avere azzeccato il soggetto, il perfezionista Cameron l’ha plasmato bene coi suoi tentacoli abituati all’ambiente marino. Da noi Titanic rimase nelle sale per sei mesi, davvero non se ne poteva più. Ce lo sognavamo la notte, esplodeva come le papule sulle facce delle compagne di classe, alterava i ritmi circadiani degli innamorati di mezza età, squassava le castagne testicolari a quanti – dopotutto – non gliene fregasse una lisca secca. Il clamore internazionale portò alla candidatura a 14 Oscar (come il sopravvalutato La La Land e Eva contro Eva) e alla vittoria di 11 statuette (come Il signore degli Anelli – Il ritorno del re e Beh Hur).

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Ma Jack doveva finire proprio così, ci dispiace. Gli eroi muoiono giovani. Il dramma per essere totale ha bisogno del sacrificio più pesante. Provate a immaginarvelo vivo sulla pedana annacquata, tremare come un pulcino e risorgere a nuova vita sulla chioccia della nave-salvataggio Carpathia. Non sarebbe stata la stessa cosa. Avreste pianto meno, comprato meno repliche, ridimensionato il mito. Tutto qui. Se avete da ridire guardate il film per l’ennesima volta, la speranza è l’ultima a morire.

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Film evocati:

Eva contro Eva (Joseph L. Mankiewicz, 1950)

Ben Hur (William Wyler, 1959)

Il signore degli Anelli – Il ritorno del re (Peter Jackson, 2003)

La La Land (Damien Chazelle, 2016)

Titanic (James Cameron, 1997)


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