Napoli velata, il prisma monocromatico della verità

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Sono un serial killer di opere cinematografiche e scelgo le mie prede nell’ordine di un senso preciso al decimale. Incrocio le mani stazionando sul marciapiede di fronte il multisala di periferia, guardo le locandine come un depravato. Sono un camaleonte dalla lingua ipertrofica, i film sono come mosche, li aggancio, li butto giù e li metabolizzo coi miei speciali succhi gastrici.

Il film di oggi è Napoli velata di Ferzan Ozpetek.

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Adriana è una signorina sulla quarantina alle prese cogli ormoni imbestialiti o, edulcorando, con una realizzazione che fatica ad arrivare. In una Napoli misterica che mischia teatro e profano conosce un uomo col quale vive una notte di passioni, finalmente si sente viva. L’indomani l’amante non si presenta all’appuntamento fissato e la donna, anatomopatologo, se lo ritroverà all’obitorio con gli occhi cavati. Da qui parte una scottantissima indagine condotta tra vivi e morti (benché Adriana abbia maggiore sintonia coi secondi) in una città piena di culti sotterranei, manifestazioni pagane e mistificazioni di zie, suggestioni di santone allettate, proiezioni di una mente subissata da traumi infantili (parliamo di Adriana) e scene tra il sospeso e l’etereo che nemmeno David Lynch.

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Ad una certa mi si sono ingrossate le gonadi e non per effetto delle carni nerborute di Giovanna Mezzogiorno (esposta al contrasto della fotografia in modo abbastanza licenzioso) ma per una stanchezza che mi esacerbava lo stomaco. La vittima ingoiata non ne voleva sapere di sciogliersi, come le mie riserve su questo regista che, per quanto bravo guaglione, non mi ha mai conquistato. Avevo scelto lui proprio per vedere se le cose potessero cambiare. Ho provato quindi ad andare oltre il pregiudizio e ho cercato di vedere il film più onestamente che riuscissi.

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La vicenda presuppone un intento ambizioso, lo smottamento del thriller tradizionale a favore di un ampliamento del costone cinematografico. Dal poliziesco al drammatico metafisico, dalla ricerca dell’assassino in carne ed ossa all’indagine interiore, intento programmatico manifesto di un Ozpetek che prende più generi per ricercare gli aspetti reconditi dell’animo umano (e della città in questione) senza denunciarli o svelarli completamente. Perché la verità, che abbia a che fare con un omicidio o una mulattiera che conduce allo spiazzo del nostro mondo nascosto, non deve essere mostrata esplicitamente perché troppo difficile, sia da vedere che da capire. Il vero senso delle cose può arrivare solo attraverso un velo, un prisma monocromatico che seziona la luce oscura per farcela analizzare meglio. Il film ce lo dice apertamente, nel titolo, nella scena della “figliata dei femminielli” (apotropaico parto rituale celato, appunto, da un velo), nel rimando al grandioso Cristo velato di Sanmartino, nelle maschere (metaforiche e reali) che troviamo sparse qua e là.

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Ma il tentativo dell’autore è destinato a rimanere tale ed è un gran peccato. Si parte con l’indagine poliziesca per accantonarla subito e sprofondare nel mistery ultraterreno e va benissimo, ma una regia troppo compassata ed un inciampare su una storia (volutamente) sconclusionata non facilitano la riuscita dell’operazione. L’evocativo e il senso di meraviglia per le percezioni inaspettate della protagonista (affascinanti o negative che siano) sono leniti da un intreccio che per quanto funzionante a livello logico non è puntuale come dovrebbe nella resa filmica. Succede allora che ad una certa ci si annoia. Lo dico così, senza mezze misure, anche se sicuramente mi si dirà che certi registri siano necessari per un lavoro del genere.

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Senza dubbio interessanti sono invece l’impianto di una Napoli palcoscenico di una commedia dell’arte dei misteri (il suo fascino ci avvolge innegabilmente) con le sue degenerazioni barocche, le scalinate primi Novecento che aprono e chiudono il dramma (il rimando a Hitchcock e Welles è nobile e si può concedere), i personaggi schermati da ipocrisie orientate ad una rimozione impossibile di traumi passati. Altrettanto felice è l’indizio numerologico lasciato dalla vittima (anche qui l’intento è solo suggestionare e non dipanare), un buon colpo drammatico la morte dell’anziano amico di Adriana un attimo prima del rivelamento del mistero (trucchi e cliché accettabili da professionisti del teatro), buona la caratterizzazione della zia che nasconde un ulteriore (l’ennesimo, forse il fondamentale) segreto. Altrettanto efficaci sono la recitazione della passionale Mezzogiorno (brava nel refertare il suo personaggio sensibile senza scadere in mimiche melense) e di Alessandro Borghi (belloccio dannato nella parte del doppio reale / irreale e vittima / carnefice), vagamente sui generis ed autoreferenziale ma positivo Peppe Barra (cantore partenopeo nei panni del genitore morale di Adriana), precisa e senza fronzoli Anna Bonaiuto nella parte della zia. Eppure manca il viadotto che colleghi tutte le intuizioni magnifiche di regista e cosceneggiatori, per quanto le colline e le idee fossero abbastanza vicine al contatto.

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Sarò un vecchio anfibio del cinema, buono per ricerche terrestri e impelagamenti in acque più limacciose, ma questo film mi è rimasto indigesto, al netto di un sapore interessante. Stacco la mia lingua dallo schermo, conscio che indignerò gli altri spettatori-critici che già gridano al ritorno del grande cinema, e mi dirigo in farmacia per prendere due bustine Diger Selz. Magari nei prossimi giorni starò meglio e griderò al capolavoro.

Kimerol


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