47 Metri. La spaventosa discesa verso la morte… bianca

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47 metri o In the Deep – come recitava il titolo originale (senz’altro più evocativo) – del 2016 è un film che ha subito il fallimento della Dimensions che lo distribuiva e con il ritardo di un anno è finalmente uscito nelle sale nel 2017 con un titolo diverso. Faccio notare che il film uscì anche su YouTube proprio nel 2016 per motivi sconosciuti. Nonostante questo a mio avviso rimane il più cupo, terrificante e ansiogeno film sugli squali che sia mai stato fatto con una resa registica magistrale di Johannes Roberts.

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La storia è molto semplice. Durante un viaggio in Messico, due sorelle, Kate (Claire Holt) e Lisa (la cantautrice Mandy Moore, cugina della cantante Pink), si lasciano convincere da due ragazzi del posto a fare un’immersione all’interno di una gabbia per osservare gli squali bianchi. Condotte al largo dal Capitano Taylor (un Matthew Modine redivivo e sempre un po’ ebete) su un peschereccio vecchio e male in arnese vengono calate dentro una vecchia gabbia di ferro a pochi metri dalla superficie – tanto basta a godere del brivido dell’osservazione degli enormi pesci che infestano quelle acque.

Schermata 2017-12-01 alle 17.26.01.pngUna volta dentro l’acqua però a causa del cedimento del vecchio verricello la gabbia precipita verso il fondo roccioso e le due sventurate rimangono intrappolate a 47 metri di profondità.

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Con una riserva d’aria di 60 minuti, nell’abisso buio e gelido infestato dai pescecani, cercheranno si sopravvivere mentre le riserve si esauriscono e ogni contatto con la barca sembra interrotto. Le due vittime dovranno nuotare nell’abisso impenetrabile con il terrore di essere sbranate da fauci enormi, dovranno trovare la forza di resistere a tutti i tentativi falliti di salvarsi senza mai lasciarsi andare.

in-the-deep-v1-491602.jpgIl film rientra in una nuova categoria di horror moderni nei quali narrare la normalità e poi sconvolgerla nei suoi presupposti per cause semplicemente naturali o particolari amplifica il senso di sorpresa e di paura. In questo senso si risarcisce il termine del suo carattere “esotico”, delineato tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX con la letteratura gotica, che aveva costruito la “perturbazione alle abitudini civili e razionali della società moderna post-illuminista” attraverso l’invenzione narrativa.

Schermata 2017-12-01 alle 17.28.15.pngFilm come Open Water (2003) e The Reef (2010) che parlano del gravissimo errore di sottovalutare le insidie di certe vacanze marine oppure il cult The Descent – Discesa nelle tenebre (2005), nel quale il medesimo tremendo errore di sottovalutazione viene fatto durante una scampagnata in grotte profondissime, sono opere costruite con il principio di progressiva demolizione del senso di normalità/sicurezza dello spettatore favorendo una partecipazione drammatica psicologicamente più intensa e identificativa.

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Schermata 2017-12-01 alle 17.32.20I protagonisti e gli spettatori con le loro sicure abitudini quotidiane man mano che si trovano in situazioni che distruggono tutte quelle certezze vivono una progressiva discesa psicologica negli inferi di regole completamente diverse. Un mondo dove non c’è speranza di pietà o di ravvedimento poiché la Natura è un meccanismo inarrestabile che mette gli esseri viventi tutti sullo stesso piano della catena alimentare nella quale le scappatoie che la civiltà umana crea non hanno alcun valore.

Schermata 2017-12-01 alle 17.28.49Nella storia trovo tutti ma proprio tutti gli elementi che mi stanno allontanando sempre di più dall’acqua marina/lacustre più profonda di 20 cm. L’abisso è quello che più ci terrorizza: buio, freddo con un fondale nero, gli squali sono grandi esemplari di Charcarodon Charcarias, ovvero squali bianchi di sei-sette metri che nel Messico sono presenti e pare più feroci e grossi che in altri mari (anche il famoso Paradise Beach è girato in Messico).Schermata 2017-12-01 alle 17.32.03.png

L’elemento claustrofobico è uno strumento fondamentale dell’intero meccanismo. Essere non solo su un fondale marino sconosciuto, ma chiusi in una vecchia gabbia arrugginita e soprattutto compressi da tonnellate di acqua gelida e buia lascia lo spettatore inchiodato alla narrazione perfettamente ritmata da un montaggio affilato, una regia sapiente ed effetti speciali credibili e terrorizzanti. Le peripezie delle due disgraziate sono al limite del sopportabile, nulla ci viene risparmiato e molto spesso la presa in prima persona ci precipita nell’incubo con effetti ansiogeni acuti.Schermata 2017-12-01 alle 17.31.51.png

Altro elemento controbilanciante è l’animalesco senso della sopravvivenza che stimola l’essere umano a reagire oltre le proprie normali capacità (sempre più disabituato a confrontarsi con l’imprevedibilità naturale) specie in condizioni estreme quando perde ogni cognizione/condizione di civiltà ritornando atavicamente ad essere un animale non più in cima alla catena alimentare. La malizia della storia, non tanto sottesa quanto a mio avviso manifesta, sta nel “punire” le due ragazze in vacanza in quanto espressione di quel turismo che pretende di usare creature selvagge per puro divertimento, infatti lo “shark watching” è una attrazione molto diffusa nelle zone abitate dagli squali bianchi e spesso, come si può vedere da molti filmati caricati in rete, si presentano situazioni pericolose e anche fatali. Il film è all’ottanta per cento girato in una grande piscina con squali in CGI molto ben disegnati che appaiono di sfuggita ma in modo assolutamente realistico e terrorizzante.

Schermata 2017-12-01 alle 17.30.16.png47 Metri non è, come nel caso de Lo Squalo (1975) o più recentemente di Paradise Beach (2016) la battaglia romantica tra l’Uomo e il Mare, intesa come una storia catartica del protagonista che si confronta con un animale quasi umanizzato che è la personificazione della Natura Selvaggia, tema classico che da Moby Dick di Melville (1851) in poi ci ha regalato narrazioni epiche ed estreme.

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In questa storia non esiste la bestia “cattiva”, piuttosto un predatore che si comporta per la funzione che la natura gli ha dato. Viene semmai sottolineata l’incredibile sciocchezza dell’uomo moderno di affrontare un ambiente completamente alieno al suo con la superficiale sicurezza delle proprie convinzioni. Le due ragazze diventano un pasto come tanti, si sono buttate nell’arena e devono affrontarne le conseguenze. Dunque nessuna morale e nessun senso di fantastico in questa storia semmai appunto l’osservazione di impropri desideri di eccitazione da parte di turisti annoiati e senza la cognizione della realtà.

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Una unica nota mi sovviene a questo punto: il produttore esecutivo è quel simpaticone di Harvey Weinstein, proprio il molestatore seriale, e dunque non possiamo fare a meno di pensare che probabilmente le due belle e giovani attrici si siano dovute confrontare non tanto con innocui pescecani digitali ma piuttosto con i tentacoli assolutamente reali del loro produttore-piovra.

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Il dubbio che abbiano avuto la peggio sta nel fatto che alla fine il film comunque lo abbiano girato…

Lambert


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