Inferno in diretta – Sexy amori e teste mozzate

Non mi si conosce come uno con la puzza sotto il naso, a meno che non riesca a scrollarmela dalle narici. Un capolavoro nauseabondo, di matrice casearia, è venuto a me e non sono riuscito a ricacciarlo indietro. Rallento il passo sulla via del non ritorno tediato dal cacio avariato, come un dannato atteso da Caronte in persona. Vorrei tanto buttarmi nello Stige, per scoprire se le altre anime abbiano subito lo stesso supplizio – o lo stesso film. È L’Inferno in diretta, lasciate che ve lo descriva.

cut and run UK VHS box

Ma prima il curriculum del regista, l’incommensurabile Ruggero Deodato. Qualche complimento in anticipo? Non gliene rivolgerò, per lui parla la sua carriera – o la sua carriola di pellicole indimenticate, mutuata come mezzo di trasporto per ascendere all’Olimpo cinematografico. Speriamo che il conducente non la ribalti sullo strapiombo dell’acropoli di Atene.

Ruggero nacque in una mattina uggiosa del ‘39, si dice che quel giorno il sole fosse eclissato da un fotogramma. I superstiziosi della celluloide vi lessero la venuta dell’anticristo, così si toccarono le castagne. Ma la sventura non fu scongiurata.

Nel 1964 Deodato da una sua costola creò Ursus il terrore dei Kirghisi, peplum d’essai col culturista inglese Reg Park nelle mutande in cuoio antico dell’eroico forzuto. Mostri, avventure, thrilling, alleanze date in subappalto dai buoni ai cattivi e viceversa; e di nuovo mostri, avventure e finalmente l’immancabile bononza ad innamorarci tutti. Era il preludio della svolta erotica, quattro anni dopo ecco infatti Gungala la pantera nuda, in cui la caliente danese mora Kitty Swan indossava il succinto bikini esotico della tarzanessa mangia-uomini, in una giungla di amori e cacce grosse. In ultimo Donne, botte e bersaglieri (1968), con quei militari terribili di Little Tony, Ferruccio Amendola e Renzo Motagnani, i ragazzi terribili del musicarello intenti a formare un complesso. E Deodato non ne aveva certo uno di inferiorità.

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Ma il bello doveva ancora venire, i film più granguignoleschi degli anni Settanta e Ottanta, citati dai vari Eli Roth e Tarantino. Ultimo della candida trilogia del cannibalismo (Ultimo mondo cannibale, 1977, e il supercult Cannibal Holocaust, 1980) nell’85 irrompeva sugli schermi il terrificante Inferno in diretta (titolo originale Cut and run, essendo una produzione pensata per il mercato estero).

Siamo nella Guyana, è in atto uno scontro tra indios in perizoma e un gruppo di bianchi. Un omone a petto nudo solleva uno smutandato e lo butta nella palude. È quell’idolo di Michael Berrymen, il Plutone orripilante de Le colline hanno gli occhi, caratterista feticcio di Wes Craven, portatore sano di quella displasia che gli deforma la faccia e gli ingrossa il portafogli di attore da b-movie. Si scoprirà che gli indios sono governati dal santone colonnello Brian Horne (Richard Lynch, la brutta copia di Rutger Hauer), illuminato psicopatico che vuole punire i signori della droga, i quali puntualmente invadono il territorio per ottenerla dalle piante del caso. Secondo un sorprendente montaggio parallelo, una giornalista di nome Francesca (Lisa Blount, un esserino grazioso e cotonato privo di labbra, che amiamo dal primo frame) coadiuvata dal suo cameraman Mark (il celebre Leonard Mann) negli Stati Uniti lavora ad un reportage sugli effetti della criminalità. “È la droga a causare tutto questo”, spiega in un appartamento a soqquadro ai telespettatori, mostrando un uomo e una donna trucidati a terra, con delle siringhe innestate sui quadricipiti – la femmina è con una bella tetta di fuori, non poteva mancare. Siamo verosimilmente in Florida o qualcosa del genere, l’ambientazione e la stanza ricordano la prima parte di Scarface, solo che qui “invece che la motosega avranno usato il Minipimer” (cit. Lambert).

Non ho rivelato che l’inizio e sono già stanco. Per farvela breve, la reporter e il cameraman andranno in Guyana per intervistare il colonnello e ritrovare un giovane scomparso, rapito dai signori della droga. Il tipetto è segretamente innamorato della telegrafista dei cattivi, che in realtà svolge un altro tipo di servizio: lei è Ana (le labbra carnose e inumidite di Valentina Forte) e viene puntualmente posseduta da chiunque, con la macchina da presa ad indugiare volentieri sui suoi seni sudati. Il film non lesina in ballerine ignude nei night club (è anche lì che si indaga), in coccodrilli che cercano di fare la pelle agli eroi, in espliciti sadismi e perverse soluzioni scenografiche.

È veramente un film orrendo, Lambert me l’ha confezionato in una carta luccicante anticipando lo scherzo di Natale. Alla provocazione ho reagito guardando tutto, dal primo all’ultimo minuto, e allestendo questa recensione. L’esposizione del plot sarà risultata senz’altro confusa ma vi assicuro che il marasma nasce dallo script. Alla fine gli eroi se la caveranno – tutti tranne Ana, che ci rimette le penne gettando nella disperazione il giovane che la spiava tramite la fessura.

Il personaggio più scottante è il colonnello Horn, un Kurtz dei poverissimi che fa venire la pelle d’oca ai fan di Marlon Brando. Egli è dotato di una mente superiore, evoca la filosofia orientale alla bella Francesca, le dice che sia l’unica soluzione per avvicinarsi alla comprensione dell’esistenza. Esposizioni eteree e dannate di un semidio, la voce sensuale, i giochi di luce diffusa per distruggere una volta di più Apocalypse now; e poi il finale, all’improvviso. Ve lo dico in barba alla legge anti-spoiler, tanto questo film non lo vedrete mai e io non sarò denunciato. Il colonnello Horn si farà evirare la testa da un indio che fa le veci di Martin Sheen. Francesca e Mark nel frattempo riprendono la scena e la trasmettono in diretta satellitare alla sede televisiva americana.

Ebbene sì, il mondo ha visto tutto. La critica al medium televisivo è palese, spiattellata in modo scioccante, e fa piangere gli innocenti. Certe immagini, ci suggerisce l’autore, non dovrebbero mai essere mostrate.

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La colonna sonora è di Claudio Simonetti, quello dei Goblin, autore tra le altre delle musiche di Profondo Rosso. Dai riverberi dilatati dei sintetizzatori, dalla batteria ossessiva col rullante fragoroso che fracassa le gonadi ad ogni beat, noi poveri audiofili deduciamo che non si esca vivi dagli anni Ottanta. Quest’epoca di pop edonistico ha sbugiardato anche Claudio.

Caro Ruggero Deodato – in alcuni casi accreditato come Roger Rockfeller – ci hai consegnato uno dei film più brutti del 1985, per non dire della storia. In epoca di Schwarzenegger e Stalloni, nella stagione dei vendicatori e dei Rambi, tu aggiungevi il tema della critica al giornalismo pornografico. Quelle telecamere sono ovunque, maledetti reporter sensazionalisti, non se ne può più. Con loro un povero morto non ha più privacy, la dipartita viene spettacolarizzata. Eppure eri il primo a dirigere la cinepresa su tette, culi e sangue, perché dopotutto sapevi fare bene il tuo mestiere. Quale? Non lo so.

Noi cinefili dallo stomaco ispessito però ti ringraziamo, in barba al fango che ti abbiamo appena spruzzato. Trabocchiamo di un sadismo visivo che in pochi possono capire. Godiamo come matti nel guardare certe immagini platealmente fuoribordo, e non ci curiamo di rimetterle sul ponte. Lasciamo che sprofondino nel mare della cinofilia, ci tuffiamo dalla barca e ci sguazziamo dentro. Il tuo Cannibal Holocaust in particolar modo esacerba ancora di più questo nostro stato di esaltazione. E quando i critici francesi ti soprannominano Monsieur Cannibal noi li prendiamo sul serio, tu ci mangi tutti. E noi mangiamo celluloide. Se poi non riusciamo a dissipare tutte le scorie tramite fegato e reni, però, anneghiamo nella nostra stessa fiele. E viviamo un altro inferno che a te arriverà solo in differita.

Grazie di tutto, ora vado a smaltire.

Kimerol

 

Film evocati:

Ursus il terrore dei Kirghisi (Ruggero Deodato, Antonio Margheriti, 1964)

Gungala la pantera nuda (Roger Rockfeller, 1968)

Donne, botte e bersaglieri (Ruggero Deodato, 1968)

Profondo rosso (Dario Argento, 1975)

Ultimo mondo cannibale (Ruggero Deodato, 1977)

Le colline hanno gli occhi (Wes Craven, 1977)

Apocalypse now (Francis Ford Coppola, 1979)

Cannibal Holocaust (Ruggero Deodato, 1980)

Scarface (Brian De Palma, 1983)

Inferno in diretta (Ruggero Deodato, 1985)


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