Stalker, quando tre sfigati a zonzo fanno la storia del cinema

Andrej Tarkovskij è uno dei più innovativi e poetici registi-autori della storia del cinema, su questo non ci piove. Autore sovietico, riuscirà a lasciare finalmente l’URSS per stabilirsi in Italia nel 1980, alienandosi quasi tutta la comunità di intellettuali occidentali. Mentre operava nel regime comunista tutta l’intellighenzia italiana di sinistra (e non solo) lo guardava come un Vate. Quando poi scappò dalla Russia per stabilirsi in Italia, lo stesso establishment, con Dacia Maraini in testa, lo cominciò a trattare “come un water”, reo di avere rifiutato il paradiso sovietico. Non farò commenti in questa sede sulla ottusità  intellettuale di quegli anni e l’ipocrisia dei molti che oggi sembrano dimenticarsi quanto fossero ridicoli.

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Stalker, girato nel 1978 ma uscito nelle sale due anni dopo, è considerato uno dei tre massimi capolavori del regista insieme a Solaris del 1972 e Lo Specchio del 1975, nonché il primo in cui la critica al regime comunista assume caratteri molto evidenti. Ispirato dal racconto russo “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Strugackij, è un film di fantascienza sui generis che narra del viaggio di tre uomini: un fisico chiamato Lo Scienziato, un intellettuale e scrittore chiamato Il Professore (entrambi rappresentano membri dell’establishment del Regime) e lo “Stalker”, unico in grado di trovare passaggi sicuri, una guida illegale con particolari poteri extrasensoriali.

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La Zona è un’area abbandonata nella quale la caduta di un meteorite o forse l’atterraggio di un UFO aveva modificato le leggi spazio-temporali, creando una sorta di non-luogo ultradimensionale. L’area, per lo più coperta da una selva fitta e con poche rovine, è impenetrabile per l’esercito che non riesce a prenderne il controllo (i soldati scompaiono immediatamente), dunque il Regime ne blinda ogni accesso attuando per i trasgressori l’esecuzione immediata.

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In realtà l’esistenza leggendaria di una “stanza” che sembra realizzare qualsiasi desiderio spinge alcuni avventurieri a recarvisi con sprezzo della loro stessa vita, affrontando non solo il blocco militare ma le insidie di quel luogo desolato. La Zona, come un essere vivente, sembra “reagire” all’energia psichica di chi vi si reca, in molti casi evaporando nel nulla il malcapitato.

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Dopo alcuni strani accadimenti il gruppo finalmente giungerà all’entrata della “Stanza dei Desideri”, ma il rivelarsi del piano finale di uno dei due visitatori e il terrificante potere di quel luogo (che in realtà svela gli aspetti più oscuri e segreti dell’animo umano) provocheranno una generale crisi del gruppo. La stessa coscienza sopita dei personaggi si rivelerà come l’unica possibilità di catarsi, i primi due si riconosceranno finalmente fragili e disperati tanto quanto lo stalker che li accompagna. Solo allora i due uomini, spiritualmente perduti, ritroveranno la dignità dei sentimenti umani. Tutti e tre torneranno nel loro grigio mondo di fabbriche e di oppressione, forse con qualcosa di più dentro il cuore. E la Zona rimane “al di là” come monito e luogo dell’anima.

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Le questioni trattate nel film sono molte e le più importanti non c’entrano con la fantascienza. La Zona è solo l’elemento pretestuale per affrontare temi assoluti, sia morali che di denuncia politica. Da un lato l’idea della Libertà come luogo dell’anima, come realizzazione della persona in quanto essere vivente che comunica con la Madre Terra, che ama e che soprattutto vive perché trova la sua dignità nel concetto di Speranza. Dall’altro la rappresentazione dell’individuo posto all’interno di un sistema sociale che non permette alcun tipo di libertà fisica e morale distruggendo la speranza con la conseguente alienazione in una quotidianità grigia, ripetitiva e oppressiva, misera e priva di ogni afflato spirituale quale quella delle città industriali sovietiche (e non solo) che rende le persone niente più di ingranaggi di una macchina.

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In questa parabola della libertà contro l’oppressione di ogni genere (e se vogliamo di ambientalismo ante-litteram) non ritroviamo il catartico trionfo del sistema occidentale in luogo di quello sovietico, piuttosto l’elevazione del principio di libertà come luogo della mente (più che luogo geografico), suggerendoci che Tarkovskij si spinga a dichiarare che anche sotto un regime oppressivo l’uomo rimanga libero se dentro di sé mantiene i valori della spiritualità e della compassione, ciò come vero viatico per realizzare se stessi.

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Le linee narrative assumono differenziazioni estetiche nella composizione dell’opera. L’autore scandisce il passaggio tra le due “realtà” con un violento cambio cromatico: troviamo una fotografia color seppia, dai toni densi e sovraccarichi per le scene nella cortina di ferro, con militari pronti a uccidere chi vuole “liberarsi” e palazzine industriali fatiscenti; arrivati alle scene nella Zona, dove invece la Natura prende il sopravvento sulle macchine umane (i carrarmati e il fortino corrosi dalla vegetazione), immediatamente si vira sul colore, ma sempre con una luce fredda e piatta, tutt’altro che rassicurante.

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Film che ha tempi che si dilatano al limite del sostenibile, assenza totale di un minimo effetto che suggerisca fenomeni fantastici, privo di alcun tipo di elemento mitico o immaginifico, dominato da toni cupi o una luce piatta, dalla povertà assoluta delle scene che si svolgono in un giardino e in quattro mura diroccate per un totale di un trecento metri quadrati, con dialoghi e linea narrativa quasi inesistenti, musiche inavvertibili… insomma una prova durissima.

IMG_8119Questo film mi ha molto annoiato. È un macigno pesantissimo, una rottura di minchia straordinaria, eppure va considerato come un’opera d’arte, indigesta ma comunque importante.

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Probabilmente il senso di mancanza, di vuoto, di noia, che demolisce lo scroto dello spettatore (normale, non il cinefilo masochista-depresso) è la cifra voluta di quest’opera. Un film che personalmente non mi ha affascinato, non mi ha incuriosito, non mi ha stimolato, non mi ha dato elementi diversi da quelli che già possedevo, eppure un lavoro dalla forte valenza storica poiché opera sovietica posta sul crinale del crollo del regime comunista e del relativo muro di Berlino, testimonianza finale di una presa di coscienza morale che esprime valori sempre attuali e che pone l’Uomo come fonte delle sue ragioni, che non ha bisogno di regimi depositari di Verità ma neanche di stanze magiche che ne disvelino le qualità dell’anima.

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La dignità di un uomo, questo fa capire lo stalker nel suo inciso finale, è nella capacità di capire i sentimenti degli altri uomini e di rispettarne la dignità. E questo vale senz’altro 155 minuti di resistenza all’abbiocco.

Lambert

 

 


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