Babel, spararsi e non capirsi

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I dont’ know why you were inverted. Quell’inverted scatenò le mie fantasie di traduttore maccheronico, quando ascoltai per la prima volta While My Guitar Gently Weeps di George Harrison. In un collasso beatlesiano-cinematografico, è a quel verso che ho ripensato approcciando la vicenda personale di Alejandro González Iñárritu, il messicano “al contrario”. Da che mondo è USA, orde di suoi connazionali fanno la fila clandestina per varcare il confine americano, ma lui se lo sono tirati dentro dall’interno. Subodorando la magnificenza drammatica dell’autore, Hollywood ha forzato i blocchi dal di qua per fare i milioni al botteghino. Chissà cosa avrebbe detto Donald Trump.

Iñárritu si è fatto conoscere con l’esagitato Amores perros, stomachevole – accezione positiva del termine – episodio in cui l’estremo si palesa nell’accostamento di scene violente e spettacoli pietosi. L’uomo è un essere viscerale, ci suggerì Alejandro, tanto vale portare a teatro tutte le sue estensioni, da quella bestiale a quella umana, alludendo al confine labile tra le due. Poi uscì lo struggente 21 grammi con le sue velleità religiose, imperniato di fondamentalismo e ineluttabilità del fato. In ultimo, a chiudere la cosiddetta “trilogia della morte”, fu Babel.

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L’incomunicabilità nasce dall’eccessiva esposizione linguistica, ci sibilano i saggisti sensazionali. Col mito della Torre di Babele gli esegeti delle Sacre Scritture si affannano a raccomandarci la volontà di Dio nel diffondere popoli e culture in tutto il globo, diabolicamente ignorando il lato oscuro della medaglia. Fortunatamente a fare testa o croce stavolta è un cineasta che stimiamo e che in un certo senso ci riporta all’ordine che preferiamo.

Il caso. Quattro gruppi umani distinti provenienti da quattro Paesi (USA, Marocco, Giappone, Messico) si incontrano in un intreccio narrativo rischiosamente ambizioso. Una coppia di americani (dei credibili e puntuali Brad Pitt e Cate Blanchett) è in viaggio sull’Atlante marocchino per risolvere i patemi personali. Ma da un cucuzzolo Yussef, un bambino, spara con un fucile ferendo gravemente la donna sull’autobus. Il fucile è stato donato da un cacciatore giapponese che ha una figlia sordomuta (Rinko Kikuchi) – contemporaneamente la baby sitter messicana rischia di ammazzare i figlioletti dei due americani nel deserto, sul confine Messico-USA. Il marito tenterà disperatamente di salvare la moglie, tra eliambulanze promesse e minacce ai locali; un detective giapponese indagherà sul legame tra il cacciatore e i marocchini; la badante proverà a rimpatriare dopo il matrimonio del figlio in Messico, coadiuvata dal nipote (l’attore feticcio di Iñárritu, Gael García Bernal). Quattro gruppi umani distinti significa quattro lingue distinte, le anime in questione dovranno vedersela con la loro personale Babele per superare le distanze e trovare un accordo risolutore, che arriverà solo per alcuni.

Ma la Babele oltre che linguistica è in realtà anche – soprattutto – geografica. Siamo nel 2006 e l’impegno americano in Afghanistan e in Iraq portava agli occhi del mondo i paesaggi brulli che ritroviamo perfettamente sulle asperità rocciose del Marocco. Yussef e suo fratello ricordano dei piccoli afghani impegnati nel difendere il baluardo dall’invasione. Il deserto americano è una landa aperta di asfissiante solitudine, le luci di Tokyo un impasto di bokeh fotografici e artifici discotecari, a ricordarci la cesura tra mondo povero e mondo ricco. I luoghi sono distanti anni luce tra loro e da se stessi, i protagonisti sono mosche che finiscono nella tela di un ragno che tesse su tutta la Terra.

Individui in conflitto tra loro e con il mondo, quindi, e conseguentemente con le proprie interiorità. Ma quest’ultime non si inquadrano in un’ottica esistenziale, come per gli eroi di Michelangelo Antonioni – citiamo il ferrarese in quanto già trattato in questo blog. E’ il cocktail di fraintendimento sociale a dannare le anime, e la novità è questa: non c’è nessun invito melenso a superare le barriere tramite pacifismi forzati e improbabili allargamenti di orizzonti culturali. Il destino è ineluttabile, per Iñárritu non c’è scampo. Lo prova il fatto che le persone agiate in qualche modo si salvino e i poveracci ci rimettano penne e visto.

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Il film si concede tutto il tempo necessario, si sofferma marcatamente sui drammi, insiste sulle lacerazioni senza scadere nel pornografico sentimentale. Nessuna sceneggiata napoletana, per chi non conoscesse il regista assicuro: le inquadrature nervose con la macchina a spalla e i tagli di montaggio rilasciano una pellicola il cui livello drammatico vira verso la perfezione. Scordatevi i colpi di retorica hollywoodiani, benché Babel sia – in parte – figlio di quel mondo, Iñárritu rimane fedele alla sua nouvelle vague narrativa tutta realismo morale e anti-pietismo.

I virtuosismi, ad ogni modo, non mancano. La giapponesina sordomuta entra in discoteca e il punto di vista è alternato: vediamo (e sentiamo) la baraonda sonora e luminosa come fossimo tra la folla, quindi entriamo nella soggettiva della ragazza per ammirare un tragico ambiente esautorato del suo tessuto musicale, pregno di luci psichedeliche bellissime ma ostili. Un uomo poi telefona al detective per conto della stessa ragazza, ma il controcampo del gendarme dall’altra parte conserva il sonoro del di qua. Sottigliezze da cinetecari folli? Può essere. Eppure con Lambert c’eravamo promessi di rinsavire…

Tornando più umili, consiglio vivamente la visione non solo di Babel ma di tutta la trilogia. Di lì a poco Alejandro González Iñárritu esacerberà ancora di più i clamori con opere pluripremiate come Birdman e Revenant, conquistando l’Oscar al Miglior regista per due anni consecutivi. I suoi film sono magistralmente scritti da Guillermo Arriaga fino a Babel, ma le sceneggiature successive non faranno rimpiangere lo scrittore messicano. Per quanto ormai impelagato nelle orbite delle majors, Iñárritu offre l’occasione non banale di scorgere un ché di diverso nei lavori da box-office. I suoi intrecci magistrali solleticano la nostra emotività di sprovveduti spettatori, pronti a meravigliarci e a sgrattarci le pance, più che le teste – benché il disinnesco delle trame sia più un affare da cervello che da stomaco. Abbiamo invertito pure quelli. I dont’ know why “they were inverted. Me ne farò una ragione, buona visione.

Kimerol

 

Film evocati:

Amores perros (2000)

21 grammi (2003)

Babel (2006)

Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza) (2014)

Revenant – Redivivo (2015)

Deserto rosso (Michelangelo Antonioni, 1964)


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