Blade Runner 2049. Anche i replicanti piangono… ma il pubblico no

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Blade Runner 2049, inutile dirlo ma lo diciamo, il dubbio atroce di una pagliacciata sconclusionata c’è stato fino all’ultimo momento prima della visione. Poi già dai primi minuti ci siamo resi conto che l’intelligenza del regista Villeneuve e di Scott ha virato l’opera non sul percorso sdrucciolevole di un remake “trent’anni dopo”, che fa ritrovo della terza età, né su un secondo capitolo in tutto e per tutto figlio del precedente.

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I nodi con il precedente film di Ridley Scott sono meno ovvi di quel che si poteva immaginare e il senso della storia che apre le porte ad un’apocalittica rivoluzione di un intero mondo collassato si fa sempre più convincente.
Il  film di Scott, uscito nel 1982, non è replicabile (appunto) in quanto non fu solo qualcosa di mai visto prima – con immagini talmente originali e potenti da cambiare per sempre il clima e lo stile della fantascienza in generale, non solo al cinema ma nel fumetto e nella letteratura – ma anche in quanto considerato un esperimento all’avanguardia assoluta della tecnologia cinematografica e digitale, che stava in quegli anni nascendo con i primi esperimenti alla IBM.
In effetti, il film non fu un gran successo e io stesso che avevo tredici anni mi addormentai a metà. Solo successivamente ne apprezzai il senso visionario e la storia profondamente letteraria e romantica. Infatti solo successivamente Blade Runner fu universalmente riconosciuto come un capolavoro assoluto, e fu restituito al pubblico il lungometraggio originale, Director’s Cut, completo di tutte le parti tagliate dai distributori.  Una cosa simile era accaduta nel 1968 al capolavoro di Kubrick 2001: Odissea nello Spazio, anche se l’insuccesso di pubblico in quel caso fu bypassato dall’incredibile impressione estetica, di costume, che andò a riversarsi nell’immaginario comune e specialmente nella moda, nell’architettura e design di un’intera epoca.

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Tornando al nuovo film, siamo trent’anni dopo il precedente, a Los Angeles, in un futuro che non collima granché con la realtà temporale attuale. Il 2019 del precedente Blade Runner era un’epoca lontana quasi quarant’anni dal 1982 e in molti si potevano chiedere con apprensione e un velo di spavento come sarebbe andata veramente. In realtà molte cose di quel film si sono in minima parte avverate nell’attuale 2017, come la realizzazione di una società multietnica, sempre più divisa tra ricchissimi e poverissimi, completamente succube di una tecnologia pervasiva. Nel 2049 di questa storia la città tentacolare è ancora più grande, la società umana ha subito un tremendo blackout energetico che ne ha ulteriormente sconvolto la già fragile struttura. I Replicanti Tyrrell Nexus 8, schiavi utilizzati per colonizzare le colonie Extramondo, sono rimpiazzati da una nuova genia di sintetici molto più docili prodotti da un nuovo magnate, il crudele Neander Wallace. E gli agenti “blade runners”, perlopiù anch’essi replicanti, vanno in giro a “ritirare” i vecchi modelli che poveretti cercano di vivacchiare come possono. In realtà il nostro eroe, l’agente K (Ryan Gosling) si troverà invischiato in una storia complessa in cui non solo ritroverà il vecchio agente Rick Deckard ma anche il senso profondo della sua esistenza.

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Quello che funziona in quest’opera sono le immagini asciutte e potenti scandite dalle percussioni sintetiche della musica ipnotica di Hans Zimmer, Johan Johannsson e Walfisch, che poco concede agli accordi più romantici della celebre colonna sonora di Vangelis del 1982, restituendoci una scansione ossessiva e brutale ma anche epica delle immagini. La visione di un mondo da incubo si amplifica attraverso vedute d’insieme spesso simmetriche che esprimono tutta la disperata grandiosità di una civiltà terminale. Fortunatamente banditi le lame di luce che hanno caratterizzato un’intera serie di opere di Ridley Scott e tantomeno gli stucchevoli “lens flare” alla Abrahms, il regista Dennis Villeneuve (Prisoners, Arrival) firma le immagini con uno stile che appare riconoscibile e che non scimmiotta, semmai cita, il grande maestro. Troviamo dunque inquadrature con nebbie e vapori, monocromie, e una luce gelida e uggiosa, solo a tratti ritroviamo il volo d’uccello nella megacittà dalle pubblicità olografiche e dai grattacieli chilometrici che firmano l’immaginario classico di Blade Runner. I momenti più lenti e riflessivi hanno il contrappunto di inseguimenti e combattimenti ben orchestrati e coerenti.

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Gli interpreti fanno bene il loro mestiere e Gosling con quella sua aria sempre leggermente attonita questa volta è pienamente nella parte di una marionetta spezzata, di un essere che compie il proprio destino senza esserne padrone, di una coscienza che man mano che la storia avanza assume più dubbi che certezze. Harrison Ford ci sembra molto più convinto nella sua vecchia parte di Deckard piuttosto che in quella di Han Solo dell’ultimo Guerre Stellari. Il vecchio blade runner è ancora tostissimo, seppure colmo di una stanchezza esistenziale coltivata nell’assoluta solitudine della città casinò abbandonata. Ed è proprio Ford a dare al film un sapore di profonda umanità, perché non è più il super eroe di trent’anni prima ed anche lui in tutti questi anni ha sedimentato una fragilità esistenziale profonda, che grazie alla grande maestria attoriale che lo contraddistingue ci suggerisce appena come un segreto che trapela solo dallo sguardo e dalla sua fisicità forte seppure appesantita dall’età.

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L’unica nota fragile del film è la parte di Wallace interpretata da Jared Leto che personalmente trovo un attore mediocre e molto sopravvalutato. Il tono di megamagnate cieco con velleità poetico-esistenzialiste e socio-patologia da onnipotenza non regge. Il problema non è tanto la parte, estrema come tutte in questa storia, ma la totale mancanza di carisma di questo attore perennemente ragazzino che non riesce ad assumere nei movimenti, nelle espressioni e nella sua fisicità alcuna “impressione” originale cioè che non sia già vista o che non possa essere replicata (ri-appunto) da un qualsiasi attore carino della sua età.  Ben altra storia sarebbe stata l’interpretazione di David Bowie, inizialmente scelto per la parte, che con il suo volto scarno e l’incredibile presenza carismatica avrebbe segnato un episodio memorabile. Robin Wright pennella la sua piccola parte di Madame Joshi, la direttrice dei blade runners, con la consapevolezza intelligente della grande attrice che è. Il crudele replicante al servizio personale di Wallace, Luv, è una bellissima ragazza con il volto inquietante di Sylvia Hoecks, già apprezzata ne La Migliore Offerta di Tornatore. Tra i vari gli ottimi cameo di Dave Bautista, il replicante poco terminabile, e Edward James Olmos che nel vecchio Blade Runner era il poliziotto Eduardo Gaff, quello che rompeva le scatole a Deckard seminando origami in ogni dove.
In questo film ci sono diverse idee riuscite come per esempio il “device” olografico da compagnia Joy, una bellissima ragazza oloproiettata dalla intelligenza artificiale impiantata nelle abitazioni capace di affezionarsi e perfino di amare il proprio padrone, tragica necessità di una comunità alveare sempre più nevrotica dove la solitudine umana e l’isolamento sentimentale trovano nella macchina l’unico sedativo possibile.
Momenti di cinema notevoli nell’incontro-scontro Deckard-Agente K nella sala del casinò anni Ottanta con gli spettacoli olografici difettosi nel quale Villeneuve crea un ritmo perfetto tra azione dei personaggi, contorno visuale e suoni. Oppure le scene struggenti tra K e Joy, la sua compagna virtuale, o ancora la scena iniziale con il vecchio replicante che non vuole morire, che ci introduce in una storia in cui il peso delle emozioni è la cifra del comportamento di tutti i personaggi coinvolti.

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Per concludere ci sembra utile sintetizzare quello che ci pare il senso di questa storia, ovvero che la razza umana avocando alla tecnologia la soluzione di tutti i suoi problemi non solo fisici ma esistenziali ne venga annichilita dall’interno, quasi che l’uomo sia sempre di più sull’orlo di un’estinzione programmata da lui stesso, sempre più indebolito perché sempre meno umano e sempre più succube delle sue fragilità che vengono amplificate dalle invenzioni che egli crea per essere più forte. Ed è questa l’assurdità, man mano che l’uomo si crede Dio e cerca di assumere quel ruolo per superare la propria umanità, egli si indebolisce accelerando sempre più velocemente la sua estinzione.

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Il problema dei replicanti non è vivere come essere umani o sembrare tali, ma non essere mai nati, non avere dunque un’anima che li renda unici, non replicabili appunto. Possiamo dire che questo film non sia un difettoso replicante del Blade Runner originale ma cerchi, riuscendoci in gran parte, di avere una propria anima cinematografica e un senso della storia che ci induca a riflettere su ciò che la nostra società sta diventando e su ciò che noi come esseri umani rischiamo di diventare.

Lambert


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