Il segreto del Bosco Vecchio. Meglio Dino Buzzati o Ermanno Olmi?

segr1Correva l’anno 1936 e non era un bel momento. Mussolini consolidava la sua posizione attraverso la Guerra d’Etiopia, annunciando l’Impero, e la Società delle Nazioni ci escludeva dal consesso internazionale. La mano pesante del Fascismo ripuliva l’azione dal pensiero, ponendo sotto la sua egida esclusiva coscienze e molti scrittori. Storia nota, di cui il Cinetecario non vorrebbe parlare.

Nello stesso periodo uno scrittore non asservito pubblicava il suo romanzo, Il segreto del Bosco vecchio. L’autore è Dino Buzzati. Apro questo articoletto citando un nome caro anche all’amico Lambert, il quale se lo riterrà opportuno vi racconterà qualcosa dello stesso Buzzati e di qualche film tratto dai suoi libri.

Vorrei parlarvi di una storia che ho amato tanto, al di là dell’estetica letteraria e cinematografica in sé.

Inizi Novecento, siamo ai piedi delle Alpi. Il colonnello Sebastiano Procolo eredita un piccolo bosco alla morte del precedente padrone. Il piccolo Benvenuto, nipote di Sebastiano, eredita il grosso dell’appezzamento, con tutti gli alberi che contiene. Ma la parte di Procolo è quella più importante ai fini della vicenda. Il “Bosco Vecchio” è la culla di una vita assurda e mitologica. Nei suoi alberi si nascondono dei “geni”, creature – o spiriti – che possono assumere le sembianze di uomini e animali. Il carattere burbero di Sebastiano porterà ad uno scontro con i geni, intenti a difendere gli alberi, e al tentativo di eliminare Benvenuto per avere anche la sua parte. Questo è l’incipit.

Correva l’anno 1993, altro anno disgraziato per le sorti del Bel Paese. Sorvoliamo. Ermanno Olmi, un regista importante e peculiare – avremo modo di parlare di qualche sua opera – realizzava l’adattamento cinematografico del libro di Buzzati. Nei panni del Procolo un sorprendente Paolo Villaggio.

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Vorrei fare chiarezza. Stavolta il Cinetecario non intende dire troppo, vorrei solo invitarvi alla lettura e alla conseguente visione del film. È una buona occasione di conoscenza, il racconto è bellissimo, con le sue ingenuità dialettiche e il mistero – d’un freddo che riscalda, mi gioco l’ossimoro – che anima tutte le pagine o tutte le scene. È una buona occasione, inoltre, per ragionare sulle possibilità di adattamento di un film da un romanzo.

Il romanzo e il film. Quante volte avete guardato un film e alla fine avete imprecato perché non rispecchia il romanzo che tanto avete amato? Nei piccoli sondaggi che compio tra i miei amici – annunciati come fonte di mie ricerche statistiche, dai motivi non chiariti, che mi fanno passare per matto il più delle volte – riscontro il seguente dogma: “un film tratto da un romanzo è un buon film se riprende fedelmente la trama del romanzo”. Al che io non mi sento di controbattere per non incorrere in diatribe dialettiche inutili. In realtà – a voi lo posso dire, non fate leggere questo pezzo ai buoni amici di cui sopra – i livelli di adattamento sono talmente tanti che molti non potrebbero neanche immaginare. Kubrick prese un feuitton novecentesco come La sentinella di Arthur Clark per sfornare il suo capolavoro di fantascienza, ma 2001: Odissea nello spazio con il libro c’entra poco. Scott prese un racconto breve come Il cacciatore di androidi per allestire Blade Runner, che però aggiunge tanti fatti e questioni non narrati nel racconto. Vogliamo forse dire che questi registi non abbiano saputo lavorare?

Dogma del cinefilo: “il film è un’opera a sé stante, non deve render conto all’episodio narrativo da cui – eventualmente – è tratto”.

Poi con calma ne riparleremo.

Prima di riparlarne era mia premura, come antitesi, farvi un esempio in cui un film segue abbastanza fedelmente il tracciato del romanzo. Si vedrà alla fine di questo ragionamento come in realtà simile antitesi altro non è che un terzo della mia tesi.

Insomma, se amate leggere un libro e rivedervelo riproposto – almeno nel plot – leggete e guardate Il segreto del Bosco Vecchio. Sarete sorpresi nel realizzare come Olmi abbia saputo rendere visibili molte delle suggestioni evocate da Buzzati, oltre che i fatti narrati. Il genio Bernardi è davvero un mutaforme austero ma giusto, il mentore che in parte ammiriamo e in parte temiamo. Gli animali parlanti sono realmente fiabeschi, le leggende sono curiose e vi cambiano il momento. Il piccolo Benvenuto è davvero gracilino, indifeso e alla mercé dello zio, per quanto riesca (sempre?) a cavarsela. Sebastiano Procolo, interpretato da Villaggio, è odioso al pari di quello letterario.

Ebbene, tornando a noi, le possibilità che un cineasta ha quando deve adattare il lavoro da un romanzo sono, sintetizzando, tre:

– Il romanzo è solo uno spunto iniziale.

– Il romanzo è il testo da seguire al netto di qualche variazione.

– Il romanzo è una bibbia da riprodurre letteralmente, anzi, cinematograficamente.

Ecco, tutte e tre le vie sono giuste e hanno pari dignità. Discutere sulla legge morale da adottare è questione da bar sport. Vi sono capolavori riconducibili al primo, al secondo e al terzo punto. L’importante è ricordare l’inutilità dell’analisi comparata libro-film in funzione di una glorificazione specifica dell’uno o dell’altro. Può essere che il libro sia una fetecchiata e che il film sia una genialata. O può essere il contrario. O possono essere entrambi enormi. O possono ambedue condurvi al gabinetto. A riprova della mia onestà ho deciso di citarvi proprio Il segreto del Bosco Vecchio in quanto esempio di quella fazione a cui appartengono miei amici.

Non vi interessa l’argomento? Non ve ne frega niente delle elucubrazioni accennate? Ci può stare. Per voi che vivete sereni dico due parole sul film – rimango pur sempre un Cinetecario – di Ermanno Olmi.

 

Il segreto del Bosco Vecchio è un film bellissimo che colpisce per l’austerità del protagonista, potente almeno quanto lo è il mistero della natura. Nel guardarlo si ritorna bambini e si ripensa alle storielle sentite dai nostri nonni. Dalle mie parti si raccontano di fatti di stregoneria, di soldati fantasma e di anime che vagano sul posto della disgrazia sino a che non giunge il momento della fine che il destino aveva deciso per il corpo. Troppo ingarbugliato, ma ogni regione ha le sue leggende e – attenuando la componente superstiziosa che rincretinisce i più ottusi – queste sono da tramandarsi perché fondanti di una cultura etnografica. Ora non prendetemi per un tardo-romantico ottocentesco o per un nazionalista.

Dino Buzzati raccoglie, mettendole insieme, le atmosfere di queste leggende e le condensa nel suo libro, e di conseguenza lo stesso ha fatto Olmi con il film. La fotografia è fredda ma veicolo di quel calore – come detto nello scottante ossimoro di paragrafi fa – che ti avvolge nella visione. L’uomo non è che un bambino che si è dimenticato della sua fanciullezza, come ci dice il genio Bernardi. Un pensiero troppo scontato? Una conclusione che ci mette in guardia sull’eccessiva durezza caratteriale dell’età adulta? Una frase lapidaria che dovrebbe farci strappare i capelli dalla disperazione? Come potremmo mai salvarci dall’invecchiamento? Io ho la mia opinione ma non ve la confesso, cerco di perseguire il mio ideale di essere umano. La questione è altresì troppo complessa? Be’, non ve ne curate. Se non altro guardate il film. Passerete una buona ora a prescindere. Uomo avvisato mezzo salvato.

Kimerol


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