Lo chiamavano Jeeg Robot. Er super eroe de noantri

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Quando un film è efficace? Quando la storia è originale, quando gli attori sono credibili, quando gli elementi – tanti o pochi che siano – sono perfettamente coerenti con il tutto e quel tutto, piccolo o grande che sia, ha un’egida che lo motiva.

Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti è un film efficace.

Claudio Santamaria, un attore che non delude mai, caratterizza senza scadere nella macchietta un ladro disgraziato, tale Enzo Ceccotti, che per caso si trova ad essere contaminato e di colpo ad avere una forza sovrumana. Sarà lui – eroe, delinquente, o entrambe le cose – a scegliere la sua vera natura interiore e decidere che fare di questi superpoteri. Alla fine i fatti lo porteranno a contrastare un piccolo boss squilibrato della mala romana che in circostanze altrettanto bizzarre diventerà una specie di Joker borgataro ma assolutamente letale con mire stragiste.

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Il film di Gabriele Mainetti (regista televisivo che con un suo cortometraggio ha concorso alle nominations agli Oscar) segue una linea molto chiara. Non viene intessuta una storia complicata né un intreccio narrativo complesso, è piuttosto una partita tra i tre protagonisti e un impegno attoriale decisamente riuscito tra gli interpreti. Enzo cioè Jeeg; Alessia la ragazza psicolabile che il ladro si troverà suo malgrado a proteggere e che crede che lui sia appunto il Robot d’Acciaio (il cartone animato giapponese degli anni Settanta); e lo Zingaro, il boss pazzo e narcisista, un Luca Marinelli (già apprezzato nell’ottimo Lasciati andare in una parte molto simile) forse un po’ caricato ma comunque incisivo, credibile e tutto sommato adatto al disegno di un supercattivo senza ombre in un film che rimane tra il b-movie underground alla Manetti Brothers (senza averne la sciatteria registica e la palese mancanza di abilità tecnica), il fumetto dark con una punta di Gomorra (non per niente appare brevemente l’attore che nella serie interpreta il giovane boss Savastano) e i “poliziotteschi” anni Settanta (lo Zingaro è un chiaro il riferimento al Gobbo di Tomas Milian di un celebre film di quegli anni).

Il film di Mainetti ha avuto un grande successo, Santamaria, Marinelli e il regista hanno meritato il David di Donatello e altri premi italiani. Quest’opera in realtà è quanto di più simile e un degno tributo al genere delinquenziale romano dei film di Merli, Luc Merenda e Milian che si sia visto al cinema negli ultimi anni. È ben girato, con un ritmo serrato piuttosto secco, senza fronzoli, con una fotografia che accentua lo sporco dei personaggi e lo squallore delle borgate ma, conservando una certa ruvida eleganza generale. Insomma il prodotto fila liscio fino alla fine creando, proprio grazie agli attori, una credibile rappresentazione dei sentimenti interiori e della disperazione esistenziale dei personaggi. Il film è un classico riscatto dell’emarginato senza speranza finché non gli viene data più o meno casualmente l’occasione di fare la scelta determinante a che lui stesso capisca chi sia veramente a prescindere da quello che l’ambiente lo abbia portato a credere di essere.

Fortunatamente questa generazione di registi-autori non ha la tendenza al didascalismo pietista o alla commiserazione morale e dunque è lo spettatore, attraverso l’azione dei personaggi, a trarre le sue conclusioni, sempre che le voglia trarre.

Jeeg è un disgraziato che alla fine del film non diventa nulla di diverso da ciò che è, eppure la scelta che fa gli darà una dignità esistenziale che mai avrebbe solo immaginato di poter trovare.

Lambert

 

Film evocati:

La banda del gobbo (Umberto Lenzi, 1977)

Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti, 2015)

Lasciati andare (Francesco Amato, 2017)


2 risposte a "Lo chiamavano Jeeg Robot. Er super eroe de noantri"

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