The young pope, la rivoluzione reazionaria

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In questa rubrica di cinema voglio spendere qualche parola per un’opera televisiva che di televisivo ha pochissimo. Il nuovo “sceneggiato” (me ne frego che si dice fixctzion, che mi fa cagare come termine, siamo autarchici!!!) con Jude Law, Silvio Orlando, Diane Keaton e molti altri straordinari attori italiani e stranieri è venuto molto molto bene. The young pope di Paolo Sorrentino, la storia dell’ascesa al trono pontificio di Papa Pio XIII e del suo inedito pontificato, è originale e molto più interessante di quello che avrei pensato.

La vicenda è racchiusa tra le mura vaticane, scandita da colpi di scena e comportamenti mai prevedibili, intrecciandosi tra politica e circostanze personali di alti prelati che lottano per il potere e funzionari immersi in un luogo assoluto come il Vaticano, ma con vite quotidiane fragili e marginali. Il tutto all’ombra di un pontefice piuttosto sui generis che non avoca a nessuno il suo essere sovrano.

Considerando che gli argomenti e i dialoghi sono piuttosto complessi, almeno nella struttura dei significati e delle linee narrative, che tutto il prodotto non fa nulla per rendere alcun personaggio gradevole o simpatico, insomma tenendo conto che niente di questa serie fa l’occhiolino alle grandi masse televisive e alle mode della stessa (e anzi proprio per questo), la vicenda è tra le più affascinanti e originali degli ultimi anni.

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Non voglio partire con un pistolotto contro la Chiesa e il suo attuale Amministratore Delegato, sarebbe troppo facile dire che puzzano di cadavere in decomposizione, per cui non lo dico. E Sorrentino è troppo intelligente per costruire una storia rancorosa o scandalosa.

Per cui? E dunque?

Beh, oggi, se si pensa alla Chiesa come grande istituzione (ma non solo…) sovvengono subito in mente ipocrisia, potere occulto, moralismo d’accatto, pedofilia, desiderio di mantenere lusso e piaceri da parte dei prelati più importanti, carrierismo selvaggio, furbizia, “cerchiobottismo”. E dunque Sorrentino cosa fa? Parla forse di un cardinale colluso per anni con una dittatura militare che diventa un papa pauperista tra i più ignoranti e ipocriti della storia della Chiesa? Nooo, sarebbe stato eccessivamente negativo, anche per un ateo di sinistra intellettual-chic come lui, dai! Invece Sorrentino, che è anche autore, va in controtendenza e ci racconta una favola moderna.

Attenzione, bisogna subito dire che l’assunto da cui parte la storia è che la Chiesa sia una Macchina del Mistero e della Meraviglia; non uno scrigno di verità, ma uno strumento costituito da opere magnifiche e da una storia assolutista/assoluta che ha un fine preciso da perseguire: esistere sempre eguale a se stessa, nonostante il passare del tempo e il cambio delle mode e della cultura. E questa macchina, a furia di cavalcare l’audience populista – sempre più superficiale e assuefatta al moralismo del politicamente corretto televisivo –, ha mostrato la sua fallacità, la sua meschinità umana, la sua banalità, distruggendo il “mistero” che è alla base della percezione del Sacro, ciò segnando la sua fine progressiva.

 

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Da Giovanni XXIII a Francesco S.N. i papi del dopoguerra hanno demolito l’unica cosa che rendeva la Chiesa interessante: l’inconoscibilità. Hanno voluto immergersi nella contemporaneità senza poterla né percepire né capire completamente, facendo un po’ come un nonnetto che si vestisse da ventenne e pretendesse di farsi accettare come tale da un gruppo di studenti – peraltro cazziandoli immediatamente per come si vestono, per come parlano, per come la pensano e facendo loro pesare con toni minacciosi una indubbia superiorità culturale. Inutile dire che il risultato sarebbe assai scarso.

La Chiesa sta crollando su se stessa. Già pachidermica perché costituita da vecchioni chiusi nelle loro enclavi esclusive, è diventata ancora più lenta con la velocizzazione della vita di questi ultimi anni. Le moltitudini si allontanano sempre di più dalle chiese, e non guardiamo il gruppo scelto di poche migliaia che pervicacemente si raggruppa in quel grande colino che è Piazza San Pietro. Nelle maglie del filtro intanto passano indifferenti milioni di persone e solo una minima parte agita i fazzolettini presa dall’orgasmo generale.

Dunque il nostro immagina un papa 42enne, figlio di due hyppies indifferenti, cresciuto da una suora intelligentissima e amorevole anche se severa (Keaton), americano, bellissimo e narcisista. E assolutamente totalmente reazionario. Un papa che si nega e non benedice nessuno perché reputa indegni i fedeli attuali, un papa sovrano che recupera il triregno che Paolo VI, il primo pontefice di sinistra, aveva abbandonato negli Stati Uniti. The Young Pope riprende tutti i paramenti d’oro e brillanti in disuso dai Borgia, non ha simpatia per le masse e per i bambini, non si sogna minimamente di lasciare il Vaticano, non è amico ma solo guida assoluta perché vicario dell’assoluto. Un papa che ama la pompa e il potere come naturali prerogative della sovranità – anche se nello stesso tempo è vittima di un ascetismo che lo precipita completamente in un mutismo enigmatico –, un papa che non fa finta di non sapere e che sceglie di non perseguire l’assioma cultura progressista = bene dell’Umanità, un papa che instaura una dittatura interna che annichilisce le trame del viscidissimo cardinale Segretario di Stato (un eccellente Orlando, che fa il verso a Bertone ma senza essere così mefistofelico, la realtà in questo caso supera la fantasia) e dei cardinali in perenne lotta tra di loro e usi ad ogni tipo di peccato e debolezza umana. Insomma, sembrerebbe da tutto ciò che papa Pio XIII sia una specie di Darth Vader vestito di bianco e con il visino senza ustioni. E se così fosse il passo verso la farsa e il grottesco sarebbe già fatto, rendendo il prodotto goffo e stucchevole.

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Invece il Pio XIII di Sorrentino non è solo il papa che va in controtendenza più totale, sia nella politica ecclesiastica, sia nel rapporto con i fedeli. Egli è anche un santo – un vero santo intendo, con poteri taumaturgici, un unto vero dal Signore nonostante i modi da ayatollah iraniano, un uomo fondamentalmente puro e giusto. Ed è questo il punto focale che rende l’idea nuova, geniale, sorprendente e che ci lascia da pensare profondamente.

La giustizia non è nel “politicamente corretto” a cui i media, i politici e le masse sono assuefatti. In questa falsa bontà codificata e superficiale – sbozzata da proclami assoluti, svuotata delle singolarità che escludono la natura umana per elevare doti inesistenti e valori che nessuno riesce a seguire – sta il Male. Quello assoluto, corruttore, volto alla rovina del genere umano.

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Ed è con un altro elemento che Sorrentino ci spiazza.  Come detto, l’autore ribalta il problema non solo attraverso l’incoerenza della Chiesa che rinnega la sua natura e dunque suggerendo che per aumentare la sua influenza, dunque la sua efficienza di funzionamento, dovrebbe avere il coraggio di magnificarsi attraverso il mistero della sovranità, cioè dell’immagine della superiorità del Divino (oggi reso troppo umano). Ma egli suggerisce alla fine della vicenda anche un elemento taumaturgico, miracoloso, sovrumano, che esprime la rinascita spirituale proprio attraverso il metodo del rinnegare i falsi moralismi del pauperismo proto-socialista (che non è lotta alla povertà) e la disintegrazione del mistero della bellezza nelle cose del mondo moderno (che non risolve la distanza tra uomini e divino). Incredibilmente il regista-autore si spinge a ragionare sulla preghiera non come recita di un dogma/rito abituale ma come profonda comprensione di se stessi attraverso la meditazione, e suggerisce che l’unico modo di accettare la bontà del divino è accettare e conoscere la debolezza dell’uomo, il suo Male.

Lambert


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