La vergine di Shandigor, il film più sconosciuto della storia

Solo un genio come Kimerol poteva trovarmi una perla così rara e imprendibile. Questo film sono almeno trent’anni che non lo vede più nessuno, o almeno saremo un migliaio in tutto il pianeta. E non sto parlando di quelle schifezze per maniaci ma di un’opera della  più pura e alta follia creativa umana: L’inconnu de Shandigor (1967) di Jean Louis Roy, Svizzera.

Shandigor

Visionario, assurdo, inquietante, grottesco, sconclusionato, metafisico, surreale.

La storia è un mix tra un feuilleton primi novecento, un film gotico dell’orrore e un polar francese, uno 007 fantascientifico, un esperimento di arte concettuale, un test psicologico militare, un giro in motoretta con super8 di un regista sotto acido, una poesia postmoderna, un bel gioco tra buontemponi cineasti, un viaggio nel tempo nel clima nebbioso, fantastico e misterioso degli anni sessanta svizzeri neo-psichedelici.

Il film racconta di uno scienziato paraplegico completamente pazzo di nome Herbert Von Krantz, il quale per nascondere la sua incredibile macchina, l’“Annullatore Nucleare” – che appunto neutralizza qualsiasi bomba atomica –, si nasconde in una villa-castello-bunker probabilmente fuori Ginevra. L’abitazione è modernissima e inquietante, anch’essa piena di sistemi anti-intrusione, dotata di una piscina con un mostro marino (la “Bestia”, che il padrone nutre con scorie velenose e ama come un cagnetto). Vi sono poi la bellissima figlia Sylvaine (vittima del padre dispotico e crudele che in pratica l’ha reclusa con sé) e l’assistente albino Ivan (sempre più dubbioso sulla sanità mentale del professore, specie quando questi non esita a sciogliere vivo nell’acido un infiltrato).

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Krantz è braccato dal KGB e dalla CIA ma anche da organizzazioni criminali segrete come “Il Sole Nero d’Oriente” e le temibili “Teste Calve”. Per proteggere la sua geniale invenzione, visto che non sa decidere a quale parte del mondo affidarla (e dunque renderla invincibile) decide di nascondere la formula all’interno di uno dei film di vacanza nell’esotica Shandigor.

Il professor Krantz è un alchimista moderno, un mostro, un carceriere di sé e degli altri, un essere che dorme in una camera operatoria (scena cult). E tanto è repellente e malefico lui, quanto la figlia è bella, romantica e pura. Invece l’assistente è una figura ambigua che subisce la forza malefica dell’uno e, appena ne ha l’occasione buona, il senso di rivalsa lo fa diventare un traditore.

La figlia scopre dunque il trucco e il padre la minaccia di seppellirla a vita nel bunker. Lei allora fugge ma viene rapita dai Calvi, i quali la interrogano e, avendo l’informazione che lega Shandigor all’arma, la portano in quel luogo sperando che lei finalmente riveli il possibile nascondiglio. Qui incontra un uomo, Manuel, lo sconosciuto, dunque il mistero di Shandigor in realtà non esiste in quanto la macchina è blindata nel bunker di Krantz e i piani di costruzione sono all’interno di un film in super8.

Alla fine il rapimento da parte dei russi dell’assistente Ivan ambiguo e corruttibile renderà la vicenda alquanto intricata, poiché anche i cinesi del Sole Nero cominceranno a muovere i loro temibili assassini ipertecnologici. Questi rapimenti incrociati scateneranno una guerra di spie senza esclusione di colpi, con bizzarre torture, bambine letali, regolamenti di conti nei luoghi più diversi con una ricchezza di ambientazioni e di scene da lasciare sbalorditi. Sylvaine troverà in Manuel un aiuto per fuggire da quella morsa oppure tutto sarà inutile?

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Film fortemente ispirato dall’architettura, andiamo dai palazzi onirici modernisti di Gaudì alle raffinerie chimiche, dalla villa brutalista di Krantz fino alle location neoclassiche dei palazzi ginevrini, dalle ville neogotiche dei sobborghi belgi ai giardini monumentali di Ginevra.

Girato anche in una villa nei verdi dintorni di Liegi (Villa Bertrand, poi demolita per la costruzione di un supermercato, robe da matti) e anche a Barcellona (il Parco Guell e la Sagrada Familia fanno da sfondo alla fantastica Shandigor), il film è un’avventura estetica che solo all’occhio allenato del cinefilo-eterodosso mostrerà le immagini riconoscibili che sono poi state cannibalizzate da celebri film, romanzi e fumetti successivi.

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Krantz è interpretato da Daniel Emilfork, un bizzarro caratterista gay franco-cileno che appare anche nel Casanova di Fellini e in altri celebri film. Serge Gainsbourg è l’agente delle Teste Calve. Marie-France Boyer, attrice ed intellettuale molto nota in Francia, è la figlia del professore. Jacques Dufilho è la spia russa.

L’inconnu de Shandigor fu presentato tra i film in concorso alla Palma d’Oro di Cannes. Jean Louis Roy era un montatore, cameraman e sceneggiatore appassionato di architettura e dei film muti, cofondatore della Nouvelle Vague svizzera del cinema rappresentata dal Gruppo 5 e che rese la Televisione Svizzera la più all’avanguardia degli anni settanta. Con L’inconnu de Shandigor Roy mette in un solo lavoro l’eterogeneità delle sue suggestioni cinematografiche e di immagini, in qualche modo la sua opera rimane nel campo di un genere ibrido tra fantastico e spionistico. La difficile classificazione stilistica – potremmo dire ambiguità estetica – ne ha molto limitato il successo e la distribuzione popolare, diventando altresì un cult assoluto per i cinefili e i cineasti di tutto il mondo (Fellini, Kubrick) e anche scrittori come Michael Ende (gli Uomini Grigi di Momo sono ispirati ai Calvi).

Negli stessi anni due serie televisive inglesi assumevano lo stesso mood tra il surreale, il misterioso e il “camp” (cortocircuito nonsense+ingenuità+senso del gioco macabro), cioè Il Prigioniero con McGoohan e gli Avengers con Patrick McNee e Diana Rigg (in Italia tradotto in Agente Speciale), a dire che comunque in quell’epoca psichedelica c’era nell’aria un gusto surreale-pop.

Un effetto fiabesco, ambiguo e perverso domina la pellicola. Un clima freddissimo, reso ancora più psichedelico dalle riprese – in grandangolo laterale e dal basso verso l’alto – che rendono gli ambienti e gli oggetti incombenti e schiaccianti, così come il contrasto dei bianchi e dei neri quasi senza sfumature, delle riprese sovraesposte. Tutto inchioda lo spettatore in una esperienza obbligata, in cui chi guarda non ha libertà di scelta, non può farsi un’idea delle motivazioni, non riesce a prendere le parti di qualcuno, è come se fosse incatenato e passivo nei confronti delle immagini. Infatti ad ogni stacco scenico corrisponde un quadro completamente differente, prima vicinissimo con primi piani inquietanti, poi campi lunghi. E poi ancora quadri piatti e immobili, scene claustrofobiche e quindi esterni gelati e vuoti, in un continuo contrappasso tra vicino e lontano, buio e luce piatta da neon, tra ampio e stretto, tra alto e basso, tra moderno-squadrato (il mondo senza sentimenti di Krantz) e il modernismo-curvilineo di Shandigor (le architetture del grande architetto catalano Guell) della sfera romantica e sognante.

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La colonna sonora di Alfonse Roy, padre del regista, è un elemento importantissimo. La musica a tratti riprende la composizione concreta svizzera elettroacustica (Schaeffer 1948), in altri segue le atmosfere di John Cage per poi ritornare alla sinfonia da film, e ancora alle atmosfere gotiche ma rivisitate con organi e cori alla Schoenberg. La scena della tortura video-sonica di Ivan verrà ripresa da Kubrick in Arancia Meccanica. La canzone all’organo di Gainsbourg – “Bye bye, my spy”, che il capo dei Calvi suona mentre imbalsamano uno dei membri ucciso – è un esempio di tale bizzarria cinematografica da renderlo un momento assoluto, non c’è che un velo sottile di ironia in questa scena piena di affettuoso encomio.

Le immagini, i suoni potenti e bizzarri in realtà non vogliono descrivere oggettivamente dei fatti ma suggerirne una dimensione onirica – tutto è per lo spettatore, niente per la storia in sé, tutto esiste in funzione di chi guarda, anche se chi guarda vede alla fine ciò che intuisce. L’opera è un caleidoscopio di situazioni e luoghi come un sogno legato da una logica interna assolutamente non con-sequenziale. Roy è un regista di immagini, non di storie, ed ecco perché sceglie la mitologia gotica del Male e del Bene, ecco perché nulla è reale ma realistico, ecco perché i caratteri sono assoluti e non svolti psicologicamente.

Indubbiamente film come L’Atalante di Jean Vigo o Alphaville di Godard e i lavori di Carl Theodor Dreyer hanno avuto una forte influenza nell’immaginario del regista. L’essenzialità dei movimenti e delle scene, le riprese fredde, il senso di immobilità degli sfondi sono un retaggio della prima Nouvelle Vogue e del cinema nordico anni trenta-cinquanta. Eppure in alcune inquadrature e negli inseguimenti a Ginevra si ritrova il senso di simmetria di Fritz Lang e il suo L’Inafferrabile del 1928.

Insomma un film straordinario e unico nel suo genere, che riesce a spezzare le consuetudini cinematografiche ancora oggi. In un momento in cui anche il cinema gioca di sponda e nessuno vuole rischiare 10 euro in un prodotto nuovo, quest’opera di cinquant’anni fa ci restituisce il gusto di una sfida non convenzionale, coraggiosa. Fino a quando ci saranno coloro che riescono a riconoscere la differenza tra un prodotto scadente ma ben impacchettato e uno di prima scelta appena avvolto nella carta, allora sussisterà la speranza di una nuova rinascita del cinema e non solo. Nessuna arroganza ma molto coraggio, questo avevano gli sperimentatori dell’epoca. Ciò che non si conosce bisogna scoprire…

Lambert

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Film evocati:

L’inafferrabile (Fritz Lang, 1928)

L’Atalante (Jean Vigo, 1934)

Agente speciale (serie televisiva, Regno Unito, 1961-1969)

Alphaville (Jean-Luc Godard, 1965)

Il prigioniero (Patrick McGoohan, serie televisiva, 1967)

Arancia Meccanica (Stanley Kubrick, 1971)

Il Casanova (Federico Fellini, 1976)

L’inconnu de Shandigor (Jean Louis Roy, 1967)


4 risposte a "La vergine di Shandigor, il film più sconosciuto della storia"

    1. Caro amico, il cinema di Tarkovskij con Shandigor ha senz’altro in comune il senso onirico, le immagini estranianti e una costruzione metafisica delle immagini ma anche della storia. Direi che in Shandigor il senso di gioco “gotico” fine a se stesso, l’attenzione del regista verso il disegno della scena e dei personaggi in quanto “suggestione pura” avvicinino maggiormente il film ad un neo-espressionismo che in Tarkovskij non ravviso. In effetti il cineasta sovietico ha un’anima malinconica e romantica che qui non esiste. Credo che comunque la scuola svizzera avesse con una certa nouvelle vague francese e anche col Tarkovskij degli anni Sessanta forti elementi comuni. Ti ringrazio dell’intelligentissima domanda, continua a seguirci e a proporre spunti di dibattito!

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      1. Grazie per la precisa e curata risposta. E grazie inoltre per questo bel sito e per le tue pubblicazioni che certamente terrò d’occhio. Amo il cinema che suggestiona. E’ vero, Andrej era un romantico e quindi viaggiava in quell’etere magnetico che solo pochi autori sono riusciti ad accedervi.

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