La La Land, Oscar ad cazzum

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La La Land, e finalmente ci sono arrivato anch’io. Ho fatto di tutto per evitarlo; mi son dato malato con gli amici, ho inventato poco plausibili irritazioni cornee, ho creato imprevisti ad hoc per giustificare la mia resoluta volontà di non andare a vederlo. Poi il caro Kimerol mi ha ficcato in mano il dischetto e mi ha detto con la consueta cortesia: “io l’ho visto ma questo film non ha bisogno di un fine intellettuale che lo sezioni con sardonica verve e suggestivi effetti dialettici, qui c’è bisogno di un macellaio, di un bruto, di un demolitore. Dunque è roba per te. Tieni!”.

Il sottoscritto ha ignorato la velata attestazione di valore nei suoi confronti, ha preso il Dvd e lo ha sbattuto senza tanti complimenti nel lettore. C’è voluto pochissimo perché il mostro si palesasse, eppure…

E’ un musical che narra la storiella assai romantica di un giovane jazzista (Ryan Gosling, il più amato dai produttori oggi) e una giovane attrice alle prime armi (Emma Stone, sempre molto brava a recitare anche le fatture del meccanico). Accade tutto in una Los Angeles sempre assolata, entrambi sono rosi dal desiderio di un successo che non si realizza, da un amore tormentato dagli eventi e dalle differenze di carattere. La vicenda termina in modo non banale anche se goffo (in questo blog si cercano di evitare gli spoiler e gli alettoni).

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Dunque. Trattandosi di un musical bisognerebbe parlare della musica e delle coreografie, giusto? Ok, ci vuole poco: mediocri. Essendo il jazz il motivo conduttore ci saremmo aspettati un interessante connubio tra la destrutturazione musicale neo-Anni Cinquanta (il jazz amato dal protagonista) e le evoluzioni compositive orchestrali attuali. Invece abbiamo due motivetti due – piatti e banali, perennemente ripetuti in modo sciatto – e coreografie che sono anche peggio, cioè appena degne dello spot pubblicitario di un detersivo.

La cosa che mi fa incazzare non è la qualità mediocre seppur non orrenda – in questo prodotto tutto è medio, non ci si eleva neanche in negativo – ma l’appiattimento critico di base di chi ha recensito, premiato e visto il film nelle sale. Insomma, ‘sta cazzata è andata agli Oscar! Il pubblico giovane è sempre più assuefatto alle scelte che altri fanno per lui attraverso elettrodomestici personali massificanti. Si è sempre meno curiosi del passato, e ancora più ingenui perché meno impegnati a scegliere, conoscere e valutare. Ed ecco che La La Land viene definito “capolavoro”. Come se uno abituato a bere solo Tavernello in tetrapak sapesse la differenza con uno Château Lafite del ‘67.

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Il lavoro di Damien Chazelle avrebbe potuto assurgere a livelli più interessanti se l’aspetto del melting pot ingenuo e arbitrario, se il progetto di una scanzonata rilettura del musical americano – attraverso un’apparente ma voluta estetica non impegnata – si fosse palesato chiaramente. No, il film è semplicemente “tirato via”. Probabilmente per poter decostruire un prodotto e renderlo perfettamente conclusivo ci vogliono abilità che nessuno di quelli che ci hanno lavorato possiede.

La La Land è il frutto di cineasti giovani che amano il musical dei tempi d’oro e lo interpretano con il gusto “casual” di oggi (ah, davvero?). Il fatto che un musical neo-Anni Cinquanta sia ambientato in un “oggi vagamente ieri” è una condizione potenzialmente interessante ma non totalmente sufficiente. Anch’io amo Miles Davis, ma non è detto che poi sia capace di produrre la stessa qualità con la tromba.

Non parlo più di tanto delle scenografie e della fotografia (anch’esse di qualità mediocre e senza guizzo di alcun tipo); non parlo della storia carina (ci piacciono le storie positive sì, ma non ebeti) che è lineare e prevedibile come neanche una telenovela brasiliana del ‘78; non sottolineo che manchi in ogni attimo del film una qualsivoglia “cazzimma” che elevi la visione dalle marce basse di una corsa a velocità sempre costantemente moderata… o almeno basta quel poco che ho detto.

Perlamordiddio, tutte queste critiche proprio perché direttamente proporzionali ad un grande successo secondo me immeritato e favorito dall’abbassamento di gusto di questi ignobili anni che stiamo vivendo. Fosse stato un filmino di nicchia avrei detto: carino, simpatico, una cosina da vedere senza alcun impegno. Ad un grande successo però pretendo – se non è chiedere troppo – corrisponda un reale merito di valore, qualcosa che vedendola mi intrighi fortemente e mi colpisca per la grande qualità. Non è questo il caso.

Lambert


2 risposte a "La La Land, Oscar ad cazzum"

  1. Sei stato buono.
    Inspiegabilmente, sorprendentemente. Sei stato buono. Ero già lì che pregustavo sotto i baffi (rigorosamente metaforici) i tuoi commenti sferzanti e micidiali quasi quanto un macete in carne ed ossa ma sei stato buono. Dal film ovviamente non mi aspettavo nulla -lo sanno tutti che i la la land sono i vicini di casa dei mulino bianco (anche se questi almeno sanno fare i biscotti). Ma tu sei stato buono. Perché?

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    1. Amico mio (o amica mia), anche per la brutalità ci vuole ispirazione. Un filmetto mediocre non merita di sprecare proiettili preziosi. Non certo arabeschi dialettici né elzeviri. La banalità e la mediocrità ispirano poco. In realtà non sono stato molto buono, per me “mediocre” è la qualità più bassa, l’annichilimento assoluto, l’insulto supremo, la certificazione del nulla, l’oblio della noia.

      Lambert

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