Non si sevizia un paperino, una questione meridionale

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Come qualsiasi opera d’arte che sia sostenuta da una fertile creatività e originale intuizione, un film presenta quella qualità che possiamo chiamare “clima”, che non ha mai data di scadenza. Più che la storia ricordiamo il carattere e l’atmosfera che ci hanno avvolto, e che la nostra memoria non dimentica più.

Non si sevizia un paperino (1972), famosissima pellicola di Lucio Fulci, ti avviluppa in un clima gelido e spiacevole, morboso fin dalla prima inquadratura. Un incubo che la prima volta che vidi mi lasciò un tremendo senso di insicurezza e squallore. Ricordo solo pochi altri film di questa potenza: La casa dalle finestre che ridono di Avati, i primi film di Argento, La ragazza dal pigiama giallo di Mogherini, Vestito per uccidere di De Palma. Potenza, suggestione e genialità non sono sinonimi di perfezione e precisione, anzi. Sono le sbavature, le grossolanità che spesso fanno di queste opere veri colpi di maglio per l’immaginazione.

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La vicenda si svolge nella retrograda – allora quasi medioevale – Basilicata e racconta di crudeli assassinii di bambini. Tratta da una storia vera, per la prima volta si denunciò al cinema un fatto di orrore avvenuto in un piccolo paese agricolo – disintegrando definitivamente quell’aura di ingenua bonomia che la serie di Pane amore e fantasia con De Sica aveva finora suggerito nell’assioma Italia agricola – sana fiera e ingenua.

Fulci costruisce il mistero fino al sorprendente e non banale epilogo, con una serie di mostri della porta accanto dalle ragioni fragili e bestiali. Vero capolavoro del genere, Non si sevizia un paperino offre un plot che all’epoca doveva essere geniale e sorprendente – funziona ancora oggi. L’humus è secco e cattivo, non c’è indulgenza morale verso infanzia, femminile, religioso, istituzionale. Nessun tipo di edulcorazione, serpeggia anche una non sottile critica sociale all’entroterra agricolo del sud e alla sua arretratezza culturale, in barba al progresso pompato di quegli anni.

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Personaggi che esprimano umanità poetica o di ruolo sono totalmente assenti. Nessuno sembra collegarsi al mondo esterno, non c’è interconnessione nonostante il paese sia piccolo e sperduto, tutti sono schiavi di se stessi. Sentimenti lubrichi e perversi, passioni bestiali, identità psicopatiche si intrecciano in una storia sordida e molto realistica. I contadini della ignoranza, la bella ereditiera delle sue pulsioni e della noia, il commissario dell’indifferenza, i poliziotti della collusione con l’ambiente, i bambini sono semplicemente gli adulti che verranno. Un film sulla infanzia violata che crudelmente suggerisce una “società moderna” – sempre più umanamente disunita e fragile – che delle sue tradizioni pesca i valori più oscuri e animaleschi dimenticando tutto il resto.

Il montaggio è efficace e il ritmo è sostenuto. Qualche suggestione splatter, ma contenuta, e un finale violento che non delude le aspettative caricate per tutto il tempo. Tomas Milian è credibile e Florinda Bolkan riesce a trattare piuttosto bene il ruolo della “magara” senza scadere nel macchiettismo. Ottima la bellissima Bouchet nel ruolo di perversa, Marc Porel è un pretino immaturo tanto quanto i bambini che tenta di proteggere.

Nota sulla musica: bellissimo il tema cantato da Ornella Vanoni, “Quei giorni insieme a te”, e la colonna sonora di Riz Ortolani.

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Il lavoro di Fulci è considerato un progenitore di un genere non a caso. A tal proposito consiglio anche il Il Mostro di Luigi Zampa con Johnny Dorelli, film drammatico e terribile che cancellò lo smalto da giocherellone brillante allo showman.

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Film evocati:

Pane amore e fantasia (Luigi Comencini, 1953)

La finestra delle case che ridono (Pupi Avati, 1976)

La ragazza dal pigiama giallo (Flavio Mogherini, 1977)

Il mostro (Luigi Zampa, 1977)

Vestito per uccidere (Brian De Palma, 1980)

Non si sevizia un paperino (Lucio Fulci, 1972)


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