Song to Song, vi spiego Terrence Malick

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L’aura mitologica che circonda Terrence Malick ancora non si dissolve. Semiotici e critici di tutti i continenti provano a dire la loro da più di quarant’anni arrivando alle sentenze più originali. Il cinefilo medio si divide tra urla di giubilo e contestazioni deboli spesso vanesie, perlopiù volte a distruggere un mito che non si comprende e per tale si tende a sminuire. Il regista filosofo dal canto suo non lesina quelle che ai più risultano provocazioni visive e narratologiche. Il Cinetecario – lo dico per onestà intellettuale – nutre per l’autore una venerazione particolare che, di fronte ad una recensione, ha poco senso nascondere.

E’ nelle sale da pochi giorni il nuovo Song to song, quinta pellicola in sei anni di Malick – tra I giorni del cielo (1978) e La sottile linea rossa passano vent’anni di silenzioso eremitaggio. Vado a vederlo col pregiudizio positivo di chi ha amato The Tree of Life.

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INTRECCIO – Austin, Texas. Terra di rock festival e humus creativi. Il giovane di belle speranze con la canzone in canna BV (Ryan Gosling) trova la sua strada grazie al produttore onnipotente Cook (Michael Fassbender), il quale gli presenta Faye (Rooney Mara), che diventerà la sua ragazza. In una sorta di Jules e Jim rivisto secondo gli stilemi del regista statunitense, i tre saranno legati da intrecci musicali e sentimentali – Faye ha una relazione con Cook da prima che conoscesse BV. Jules e Jim diventa Closer quando al terzetto si unisce la cameriera e insegnante Rhonda (Natalie Portman). Chi non ha mai sentito parlare di Malick starà pensando alle variabili dell’intreccio amoroso e all’ipotetico epilogo teleologico. Ma evocare il concetto di trama nella fattispecie è ai limiti del fuori luogo.

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NON-NARRATIVO – Quello di Malick è un mondo che prescinde da categorie che individuino un rapporto di semplice causa e effetto. Non che manchino gli episodi scatenanti – i personaggi non agiscono a caso – ma le connessioni classiche non interessano. Non sono fondamentali le azioni né le reazioni del mondo che li circonda, i non-eroi malickiani sono piuttosto auto-declinati ai loro personali vulnus interiori. In questo senso il montaggio classico sarebbe poco pertinente o se non altro poco pregnante. Le scene si succedono a prescindere dalla fabula e dalla linearità degli intenti, ma non si ricorre nemmeno alla tecnica dei flashbacks. Potremmo porre fatti e caratteri su una linea evolutiva – il cambiamento in alcuni casi si verifica attraverso un percorso – ma ci vengono presentati in una sorta di lago piatto in cui è arduo, per non dire inutile, stabilire una progressione temporale. In altre parole, uno stile non-narrativo che non vuole colmare l’ansia dello spettatore di disinnescare l’ordigno del plot.

NON-RECITATIVO – La costruzione non retorica dei personaggi da parte degli attori risente della eco del Metodo Stanislavskij. I vari Gosling e Mara conducono in prima persona un esperimento di approfondimento psicologico volto a prestare al personaggio la loro interiorità, in modo da dare un effetto di iper-realismo. Tale tecnica non-recitativa, unita a quella non-narrativa, contribuisce a creare un film etereo. I vari personaggi lavorano nel loro presente per scardinare le dighe interiori che impediscono l’autocomprensione.

REALIZZAZIONE – Eccetto Cook, mefistofelico soggetto capace di asciugare il tessuto umano di chi lo circonda, i personaggi principali tenteranno di capire la loro vera essenza per risolvere il conflitto con loro stessi e le persone che dicono di amare. E’ un lavoro a togliere che porta tendenzialmente ad un ritorno alla semplicità nell’accezione più nobile. Ma non capite male, non è un romanzo Harmony né un pamphlet di filosofia di Serie Z. Le implicazioni morali sono più che intricate e le auto-interrogazioni di stampo speculativo, insieme alle suggestioni visive, costituiscono il motore del film.

ESPERIENZA VISIVA – La pennellata della cinepresa di Malick è assolutamente riconoscibile. L’ampio ricorso al grandangolo restituisce inquadrature ravvicine dei volti – che appaiono così deformati – a suggerire che lo spettatore debba avvicinarsi quanto più possibile al personaggio per interpretarlo. Il movimento di macchina è sempre fluido e continuo, i dialoghi sono quasi totalmente privi di campo e controcampo. Gli attori stessi sono a loro volta in eterno movimento ed esprimono le loro pulsioni proprio nel moto continuo. La fotografia di Emmanuel Lubezki (Oscar per Gravity, Birdman e The revenant) raggiunge livelli espressivi eminenti – l’uso di controluce e luce di taglio sono pazzeschi, anche se il tutto non raggiunge i vertici dei precedenti film con Malick. Song to song alla lunga potrebbe risultare meno fascinoso dei precedenti lavori ma si presenta certamente come una seduzione irresistibile per l’occhio.

EVOLUZIONE – Malick semplifica lo stile di The Tree of Life, attenuando in realtà la componente non narrativa che abbiamo evocato – o meglio la lenisce, con l’intento eventuale di minimalizzare i concetti. Ne nasce una pellicola egualmente difficile da metabolizzare per i cineamatori più tradizionali, al netto di una vaga perdita di efficacia che non preclude assolutamente la valenza del film.

Il Cinetecario si ferma qui e lo perdonerete se è stato noioso, sono pronto a fare mea culpa. La complessità stilistica di un film del genere non facilita il compito di chi deve parlarne. Certamente nel titolo sono stato tendenzioso e un po’ burlone, me ne assumo la responsabilità. Potrei dire che i vari attori sappiano il fatto loro e che il cast corale riservi delle sorprese inaudite (oltre ai citati ci sono Kate Blanchett, Val Kilmer e alcuni miti del rock nei panni di loro stessi). Potrei elogiare il percorso psicologico che porta Faye a risolvere il suo rapporto col mancato senso del rimorso – è il personaggio più complesso – ma non voglio dipanare spunti che dovrete cogliere da soli. Potrei plaudire alla resa finale del lavoro. Potrei sancire che Malick sia una certezza. Potrei ipotizzare che la critica stavolta dirà che il film sia debole – è troppo presto ma ci gioco un nichelino. Potrei, in ultimo, trasformare questi ripetuti condizionali in indicativo presente. Posso supporre che Song to song non è un film per tutti – come non lo erano i precedenti, forse ad eccezione del più “semplice” The New World (badate alle virgolette) – ma se tutti lo vedessero che gran cosa che sarebbe. Ho inavvertitamente concluso con un condizionale.

Kimerol

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Film evocati:

Jules e Jim (François Truffaut, 1962)

I giorni del cielo (Terrence Malick, 1978)

La sottile linea rossa (Terrence Malick, 1998)

Closer (Patrick Marber, 2004)

The New World – Il nuovo mondo (Terrence Malick, 2005)

The Tree of Life (Terrence Malick, 2011)

Gravity (Alfonso Cuaron, 2014)

Birdman (Alejandro González Iñárritu, 2014)

The Revenant (Alejandro González Iñárritu, 2015)

Song to song (Terrence Malick, 2017)


7 risposte a "Song to Song, vi spiego Terrence Malick"

  1. Permettimi di esprimere un pensiero. Essendo una che ci prova da sempre, nel senso che continuo a guardare i film di Malick con un innato masochismo, capisco il tuo entusiasmo e la tua molto valida recensione. È un dibattito aperto già da un po’ per me con la mia dolce metà che prova gli stessi tuoi sentimenti nei confronti delle opere di questo regista, e io ripeto, pur comprendendo per alcuni versi le reazioni di chi lo ama visceralmente e ne apprezza l’indiscutibile abilità cinematografica, non posso di certo evitare i miei di “sentimenti” e continuare, purtroppo, a non essere smentita ogni volta che mi approccio ad un suo nuovo lavoro. Dunque permettimi di citare le tue parole, le uniche che mi sento di contestare in questa recensione: “Il cinefilo medio si divide tra urla di giubilo e contestazioni deboli spesso vanesie, perlopiù volte a distruggere un mito che non si comprende e per tale si tende a sminuire”. L’unica cosa che rimprovero a voi amanti di Malick è il fatto di non accettare di buon grado chi non apprezza il cineasta, accusandoci di “non comprensione”. Ecco, io non critico per partito preso, i film che giudico li ho visti e anche molto attentamente. E li ho capiti. Semplicemente non mi piacciono, non li amo. Visivamente è innegabile che siano opere di grande valore, ma oltre a questo purtroppo a me “non arrivano”. Assolutamente lungi dal voler fare polemica, mi sentivo di dover esprimere questa mia visione a favore di chi, come me, a ragion veduta-certo- critica Malick, o meglio, semplicemente non lo apprezza. Spero che il cinetecario, pur non condividendo, apprezzi questo mio espormi, e comunque lo scambio di opinioni, per quanto opposte, se condotte civilmente e rispettosamente, credo sia pur sempre una cosa positiva 🙂

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    1. Ciao Karis, il Cinetecario si augura di avere lettori del tuo stile :-). Il nostro è un blog che non sempre incoraggia il dibattito, siamo più che lieti di ricevere feedback. Il tuo commento è inappuntabile, se hai sviscerato attentamente Malick e non ne hai apprezzato stilemi e poetica non posso che rispettare il tuo parere. È evidente che la frase da te citata non possa riferirsi ad amanti di cinema come te, per cui mi scuso della generalizzazione. Sono curioso di apprendere il tuo punto di vista, capire perché non senti tuo questo autore. Ti va? 🙂

      Kimerol

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  2. Grazie mille per la risposta 🙂
    Dunque come esprimere a parole il mio rapporto con il cinema di Malick…innanzitutto devo ammettere con molta umiltà che penso che quello che più mi destabilizza delle sue opere è la quasi totale assenza di trama, che come hai giustamente espresso tu, a seconda dei punti di vista può rappresentare un punto di “forza” di questo autore, poiché egli mi sembra improntato più ad un cinema “emozionale” che ad uno prettamente narrativo, e dunque devo ammettere che è sempre coerente con il suo punto di vista , che vuole toccare delle corde profonde, spesso esistenziali, piuttosto che morali. A me purtroppo questa cosa non va tanto giù nel senso che tendo ad annoiarmi velocemente, sarà forse un mio limite ma la carrellata di immagini ed inquadrature bellissime che lui propone in sequenza quasi incalzante, non sono sufficienti a far pendere la bilancia sul piatto dello sbadiglio a scapito di quello della meraviglia. Purtroppo tendo anche a veder troppo simili tra loro Knight of Cups, Song to song e in una certa misura The tree of life (i primi due fin troppi sovrapponibili), La sottile linea rossa non sono nemmeno riuscita ad apprezzarlo trovandolo troppo tedioso pur essendo un film “di guerra” (lo so la mia opinione è troppo semplicistica ma davvero non saprei che dire di un film che non è riuscito a lasciarmi nulla come emozione al di fuori della noia, nemmeno visivamente, a differenza degli altri tre). Mi manca The new world, che francamente mi incuriosisce avendo letto qua e là che pare essere il film “meno Malick” dei suoi, il che probabilmente per i suoi affezionati potrebbe rappresentare un limite ma a questo punto perché no? Per me potrebbe essere un punto a favore; farò sapere. Spero di essere stata almeno in parte esaustiva, e comunque grazie per la possibilità datami di spiegarmi 🙂 in ogni caso mi rendo conto del motivo per il quale Malick sia venerato nell’olimpo del cinema perché se non altro ha una poetica tutta personale che -passatemi il termine- se ne fotte delle leggi del mercato hollywoodiano ma è fedele solo alla propria vocazione, e questo lo riconosco come un grande valore. A presto!

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  3. Capisco le tue sensazioni, ci sono individui sui quali l’assenza di trama produce uno straniamento che prescinde dai buoni propositi. Metabolicamente siamo portati a ricevere soddisfazioni tramite un sistema di percezioni che colmino le nostre aspettative. Non mi addentro, sono argomenti che sconfinano verso lidi cognitivi. Come detto in altri casi, chi preferisce un film per fabule o intrecci più “tradizionali” non è insensibile, ha semplicemente altri bisogni o aspettative. Narrativo e non narrativo hanno uguale importanza.

    The New World è un bel lavoro, a mio parere in linea cogli stilemi di Malick, anche se non è come gli ultimi. Te lo consiglio sperando tu possa goderne almeno un po’.

    Sono io che ringrazio te, la maggior parte dei lettori ci scrive su Facebook. Leggere commenti accorati qui per noi è solo un piacere. Spero avrai voglia di leggere gli ultimi articoli sui film concorrenti agli Oscar
    🙂

    Kimerol

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  4. Certo! Li ho già letti e mi ha fatto molto piacere, anzi vi dirò che ho trovato il vostro blog proprio curiosando in rete sulle recensioni dei film candidati…sono in trepidazione in questo periodo 😀

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