Life – Non oltrepassare il limite. Che i fan di Alien poi si incazzano

Notate come si avvicini ma non indietreggi.

La sua curiosità è più forte della paura.

E’ bellissimo.

No, non parliamo di un cagnolino. Lo scottante dialogo in questione si riferisce ad una creatura extraterrestre. Non fa le fusa, non vuole giocare con l’osso, eppure inonda di emozione gli scienziati che l’hanno appena tratta a bordo. Che gli sceneggiatori si aspettavano di sortire lo stesso effetto con lo spettatore? Life – non oltrepassare il limite è un Alien 2.0 con tutta la sciatteria valoriale del remake manierista.

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Inutile sparigliare i preconcetti, Alien è un’opera mitica ed un confronto diretto imbarazzerebbe buona parte dei fanatici del film di Ridley Scott – voglio elevarmi per un secondo, magari a torto, a loro paladino. Vale comunque spenderci due parole, dato che il passo più lungo della gamba è stato fatto. Se non altro per spiegare la mia triste argomentazione.

CELLULE MULTIFUNZIONE – Allora, ci sarebbe un cast multietnico sulla Stazione Spaziale Internazionale e non in una nave lanciata nei meandri dell’universo. Da un pianeta prossimo alla Terra (Marte) una sonda riporta un minuscolo organismo vivente ma in stato soporifero post sbornia spaziale. Violando le più elementari norme di quarantena, il più infantile e bonaccione dell’equipaggio si danna l’esistenza per rianimarlo. “Ogni cellula svolge contemporaneamente diverse funzioni somatiche, è tutto muscoli e cervello, ha una sorta di rete neurale a coadiuvare il tutto e risponde agli stimoli endogeni”; più o meno si dice così. Sappiamo già – questo lo concediamo ad Alien 2.0 – che accadrà qualcosa di talmente stupido per cui si permetterà all’organismo, una volta cresciuto, di far la pelle a tutti o quasi.

BRICIOLI DI INTERESSANTE – Mettiamo da parte i patemi per un attimo. La novità è che il nemico di turno ce l’abbiamo dietro casa, Marte non è ai limiti della galassia. In un momento storico – mi si perdoni il cinismo analitico – in cui l’immigrato varca i fatidici confini messicani per succhiare linfa occupazionale al povero americano, la scelta è un buon colpo di marketing socioculturale. Il comitato d’accoglienza non è una schiera di marines nerboruti ma un’équipe di scienziati da salotto – fatta eccezione per il risoluto David Jordan (Jake Gyllenhaal, con le sue sagaci facce alla Jake Gyllenhaal). Depoliticizzando l’iniziativa potremmo effettivamente prendere per buona l’idea che non serve allontanarsi troppo per scovare qualcosa di cui preoccuparci.

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REGIA DA NON BUTTARE – Daniel Espinosa, origini latine e pasta nordica, fa il suo rispettando senza troppi sobbalzi le più elementari regole del thriller orrorifico. Non denunciamo componenti filmiche fuori posto, la tensione è spalmata per bene sul corpo della pellicola che tra l’altro ha il pregio di non dilungarsi troppo. Il piano sequenza iniziale – nove minuti e mezzo di girovagare della cinepresa all’interno dei cunicoli della Stazione, nell’ottica eventuale di ricordare Gravity – rincuora i cinefili tecnicisti sul fronte virtuosistico, non fine a se stesso ma scelto per presentare alla svelta una vicenda che lo spettatore intuisce già.

CARATTERIZZAZIONI IMBARAZZANTI – Avranno pensato che degli humus motivazionali dei vari personaggi ce ne debba fregare poco o nulla, dato che le vicende personali sono giusto accennate. Ciò non sarebbe necessariamente un punto a sfavore, nel caso si voglia dare spazio allo scontro con l’alieno. Ma se il conflitto interno del gruppo è totalmente azzerato ne viene che il coinvolgimento si diluisce. Dopo decenni di saga Alien, da produttori fittizi, riteniamo sia ingenuo riporre tutte le aspettative sulla cattiveria perversa dell’extraterrestre. Ad ogni modo tutti i caratteri sono piatti. Dire che Rebecca Ferguson (la battuta cult è “so che non dovrei dirlo ma li odio quelli lì”, dando prova di xenofobia galattica che scuote le sensibilità più esposte) sia lontanissima da Sigourney Weaver è come gettare la bomba atomica sulla Croce Rossa. Jake Gyllenhaal (il dottor Jordan) è lì perché odia “come ci trattiamo l’un l’altro laggiù”, riferendosi alla Siria e al mondo in genere. Scottante come l’altra dichiarazione “non voglio tornare da quegli 8 miliardi di figli di puttana”, rilasciata mentre fa di tutto per evitare che l’alieno finisca proprio sulla Terra e ammazzi gli altri 7 miliardi 999 milioni 999 mila 999 disgraziati.

SCENEGGIATURA TASTO OFF – La luce è spenta e la caratterizzazione opaca dei personaggi è solo la punta dell’iceberg. E’ scritto che l’alieno debba apparire una volta ogni trenta secondi, mandando in pensione l’efficace idea del mostro che si nasconde – e che per tale incute ancora più terrore – con cui Alien ha fatto scuola. Si vede che gli sceneggiatori si sono ritirati prima dell’età dell’obbligo. Non ci sono elementi che portino a sussulti, l’ineluttabilità delle cose è talmente tracotante che nessuno fa granché per sottrarsi alle spire del nemico.

SE DIMENTICHIAMO ALIEN – Life è un film normale, nemmeno troppo lacerante per cervello e budella. Se invece teniamo a mente il capolavoro di Scott, lenendo tutte le considerazioni, proviamo comunque a concedere l’attenuante della variazione sul tema. Ma rivoltare un soggetto potente nel contenuto e diabolicamente geniale nella forma è cosa difficile. Quindi ci chiediamo se Espinosa abbia almeno limitato i danni. La suspense effettivamente si genera – complice una buona regia ed un montaggio che non viene meno al compitino – ma è davvero poca cosa: non avessimo avuto nemmeno quella ci saremmo abbacchiati le tempie.

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NON AGGIUNGE NULLA alla storia del cinema, magari ve lo aspettavate già. Ma uno si concede perlomeno il beneficio del dubbio. Avessero spremuto le meningi, magari si sarebbe palesato lo spunto solleticante per le elucubrazioni cerebrali di chi non si accontenta della lotta per la sopravvivenza della specie, materia che ormai puzza come il pesce andato a male. Invece no, imperversa un manierismo fine a se stesso – o meglio al botteghino – di cui i produttori fanno incetta da almeno un lustro e che ha l’unico merito di riaccendere i riflettori su Alien, il primo, il fondamentale (aspettando Alien: Covenant, e che iddio ce la mandi buona). Stucchevole al cubo è il sottotitolo italiano: non oltrepassare il limite. Di che?

Se volete passare un’oretta e mezza tensivamente gaudente allora buttatevi, guardate pure questo Life. Se avete in mente Ridley Scott e James Cameron allora buttatelo. Il Cinetecario non saprebbe darvi consigli migliori.

Kimerol

Film evocati:

Alien (Ridley Scott)

Aliens – Scontro finale (James Cameron, 1986)

Gravity (Alfonso Cuaron, 2014)

Life – Non oltrepassare il limite (Daniel Espinosa, 2017)

Alien: Covenant (Ridley Scott, 2017)


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