Manchester by the Sea, il vuoto che spiattella la bile

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Dispersivo. Il Cinetecario vuole esordire con una parola che dà un senso di pieno e di vacuo allo stesso tempo. Frutto di un’epifania non molto originale, le sillabe ingrate mi sono venute fuori dal palato già a metà film, quando i giochi ancora non erano fatti. Mi perdoneranno i tanti recensori che hanno speso le miriadi di stelline sui vari siti ma Manchester by the Sea, pur eludendo con arguzia il tragico epiteto di “cagata pazzesca”, rimane un film che ha raccolto più di quanto non abbia seminato in termini creativi. Insomma è un tantino sopravvalutato.

Lee Chandler (Casey Affleck) è un anonimo individuo del Massachusetts che vive di espedienti. Una vita ingenerosa gli ha riservato disgrazie incommensurabili e beffe oltre ai danni. L’ennesimo evento nefasto, la morte del fratello – tranquilli, del plot non rivelo altro – lo riporterà a Manchester by the Sea, e alla sua silhouette blu e vittoriana, per prendersi cura del nipote rimasto orfano. La vicenda, tra flashbacks e rivelazioni migliori della mia, si dipana in un tempo diegetico che supera le due ore. L’importante è approfondire.

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NON E’ UN MELODRAMMA – Potete stare sereni, è pedante per altri motivi. Il sistema di significati costruito da immagini e dialoghi non prevede colpi retorici, il narratore è distaccato – sembra dirci “le cose stanno così, non ho altro da aggiungere”. Sono assenti reazioni strappalacrime, Lee tiene tutte le frustrazioni per sé o perlomeno ci prova; di sicuro non sale sul palco della sceneggiata napoletana e non fa della sua condizione lo spunto per prendersela con il mondo. La pellicola è infatti scevra da facili rimandi al contesto sociale, non è la scusa per dire altro.

NON E’ UN HOLLYWOODIANO – No, i personaggi non si agitano per il trionfo dell’amore, né per rimettere insieme i cocci rotti dall’episodio drammatico. Tutto è funzionale alla seconda parola epifanica del caso: sopravvivenza. Lee sa che tutto è ineluttabile, anche l’abisso che lo separa dal mondo – simbolicamente la voragine è tra Boston, dove vive, e Manchester, dove i fatti lo riportano – e non s’impegna affinché i cieli del Massachusetts siano meno foschi. Semplicemente si fa due conti sul come andare avanti e magari far sì che le angherie del destino siano meno pesanti.

 

NON E’ UNA SUPERPRODUZIONE – Il film è stato ideato da Matt Damon, poi ceduto all’amico Kenneth Lonergan – che l’ha anche sceneggiato, prendendo l’Oscar – affinché si risollevasse da difficoltà economiche o così dicono. Casey Affleck, lo diciamo giusto per chi non lo sapesse, è proprio il fratello di Ben, il quale è guarda caso amico d’infanzia di Matt. La lavorazione non ha richiesto soverchianti investimenti, è una sorta di produzione propria tutta script e riprese da azienda a conduzione familiare.

NON E’ UN CLASSICO – Non ci sono crisi iniziali da risolvere né eroi, il dramma ribolle in un calderone che ad ogni modo si tiene tutto dentro. I passaggi scatenanti non mancano ma si ha sempre il sospetto che i patemi siano iniziati ancora prima, nel non raccontato. Il film non ha una narrazione lineare, è sapientemente costruito su flashbacks non seriali. Si parte da un nucleo poco definito, quindi si racconta un episodio precedente, si torna al nucleo, e di nuovo altri flashbacks presi qua e là dalla linea temporale.

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PUNTI A FAVORE – Casey Affleck è credibilissimo e l’Oscar al Migliore Attore è a mio avviso meritato. In una performance magistrale dà le giuste sembianze a un personaggio scarnificato che ha poco da dire, si orienta su una pantomimica pressoché azzerata, insiste sullo sguardo perso nel vuoto in un misto di acidità interiore e abulicità. La fotografia di Jody Lee Lipes è regolata perfettamente su una freddezza che non argina completamente i raggi del sole, ridimensionando la tentazione espressiva di mostrare un Massachusetts tutto nubi e agorafobia meteorologica – del resto se le cose succedono non è colpa del cielo. La narrazione in flashbacks tiene desta un’attenzione altrimenti impossibile.

PUNTI A SFAVORE – Scremate le valutazioni, parlato del buono, non potrei non ripetere la parola dell’esordio. Ma cercherò di dire qualcosa di più. Manchester by the Sea si proponeva il difficile compito di farsi film drammatico senza le facili esasperazioni sentimentali, asciugando la vicenda da marchingegni retorici e letture stereotipate della società. Tutto questo doveva passare da un minimalismo e da un’assenza di connotazioni umane dei personaggi che impedissero allo spettatore di dare giudizi morali. L’idea era buona, direi ambiziosa, ma viene concretizzata in modo poco pregnante. La vuotaggine di Lee Chandler si estende dalla sua caratterizzazione alla messa in scena, una cosa che non dovrebbe mai accadere – lo diciamo al netto dell’Oscar meritato da Affleck, lui non c’entra. Si opta per una narrazione distaccata, sul dialogo centellinato ed enigmatico? Bene, si dovrebbe trovare allora un collante che metta insieme tutti questi vuoti, in modo che la somma del tutto abbia univocità tecnica e di significato. L’amaro in bocca e il fastidio sgorgante sui titoli di coda scaturiscono dalla mancata ebollizione del succo: la totale mancanza di un senso delle cose doveva essere “il senso”, quello vero a cui Kenneth Lonergan puntava. Eppure non possiamo nemmeno stabilire con certezza se il film volesse effettivamente promuovere o magari denunciare quel senso. E non è “solo un problema di logistica”, come si dice nel film. Il sospetto è che manchi, appunto, il contenuto che quella logistica dovrebbe fare emergere. E lo dico con rammarico, in quanto le premesse erano buone e in alcuni casi arrivano anche a compimento. Ma alla fine non stanno insieme, si disperdono sulla strada che conduce da Boston a Manchester by the Sea. Peccato.

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Se avete lo stomaco forte, se venite fuori da un periodaccio e morite dalla voglia di confrontarvi con un personaggio oberato e credete di poterne trarre vantaggio, allora guardate pure questo film. Se non altro assisterete ad una buona prova d’attore. Se credete che l’Oscar alla Migliore Sceneggiatura possa essere un buon viatico state calmi, verrete fermati al primo atto. Se porterete a termine la visione e confermerete a voi stessi la sensazione di spaesamento, non attribuendola alle sfighe cosmiche di Lee Chandler, allora forse vi ricorderete della parola con la quale ho iniziato questa pagina.

Kimerol


6 risposte a "Manchester by the Sea, il vuoto che spiattella la bile"

  1. Concordo praticamente su tutto. L’unica cosa che ho apprezzato di questo film è stata la performance di Affleck, Oscar meritato. Per il resto, mi permane ancora un gigantesco punto di domanda in fronte, associato al tuo già citato senso di spaesamento. Però permettimi la domanda, che a questo punto sorge spontanea, avendo io letto anche la tua recensione di La la land: riguardo gli Oscar dell’anno scorso (89esima edizione) cosa ti è piaciuto (dato che mi sembra di capire che questo film non lo meritasse secondo te, la la land lo trovi mediocre, hecksaw ridge mi sembra ti sia piaciuto ma non mi parevi entusiasta tanto da affibbiargli un Oscar al miglior film)…? È meritato l’oscar a Moonlight? Se no, quale film lo avrebbe dovuto prendere secondo te? Pura curiosità 🙂

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    1. Miglior film e migliore sceneggiatura non originale ad Arrival, che ho recensito. Attore protagonista giusto Affleck. Miglior regia potrebbe starci Gibson per la seconda parte di Hacksaw Ridge. Attrice protagonista la Portman di Jackie, sempre recensita qui. Il film di Larraìn avrebbe dovuto avere più candidature, secondo me. P.S. La La Land lo ha recensito l’amico-collega Lambert, come pure Lion che purtroppo io non ho visto e che lui reputa di buon livello 😀

      Kimerol

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  2. Ho visto tutti i film e ho letto tutte le sopracitate recensioni e devo dire che sulla maggior parte mi ritrovo d’accordo, soprattutto su Arrival, Hecksaw Ridge (analisi interessante) e Lion, che anche io ho molto apprezzato. Se il premio fosse andato ad Arrival non avrei potuto che esserne contenta, essendo probabilmente la pellicola che mi ha emozionato di più della scorsa stagione, e che ho trovato molto ben costruita sia come contenuti, che come aspetti visivi e della colonna sonora; meritava sicuramente più riconoscimenti di quelli ricevuti. Non so se voi l’abbiate visto, ma a me è piaciuto anche il film vincitore, Moonlight, che pur non essendo un film “canonico” devo dire che mi ha colpita positivamente. Solo su Jackie purtroppo non riesco ad avere le stesse sensazioni, sebbene non possa classificarlo come cattivo film devo dire che non mi ha entusiasmata (perfino l’interpretazione della Portman, che generalmente adoro, mi è parsa un tantino troppo “teatrale”, quasi caricaturale).

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  3. Ho perso Moonlight e ancora non l’ho recuperato, non so se l’abbia visto Lambert. Lo vedrò 🙂

    Per quel che riguarda Arrival, non siamo ancora pronti ad ammettere che un film di fantascienza possa ricevere Oscar. Raramente film di questo tipo hanno trionfato agli Oscar, 2001: Odissea nello spazio ha ottenuto solo la statuetta per gli effetti speciali. Certo Villeneuve non è Kubrick ma questo esempio la dice lunga. Vediamo se il canadese avrà soddisfazioni maggiori con Blade Runner 2049, anche questo commentato da Lambert

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  4. Vero, è un genere che spesso non viene apprezzato abbastanza, quasi “snobbato” come se un film di fantascienza non potesse avere lo stesso valore di un film drammatico, è un genere più “di nicchia”, infatti si è visto anche per la tiepida accoglienza di Blade Runner 2049 (immeritata secondo me). Per me già in fase di nomination non ha ricevuto abbastanza. Comunque mi sono appassionata di Villeneuve grazie ad Arrival e ho recuperato quasi tutta la sua filmografia, lo trovò un regista eccezionale. Spazia da un genere all’altro senza mai perdere smalto, mantenendo uno stile coerente e riconoscibile. Se non li avete visti vi consiglio di recuperare Sicario, Enemy e una piccola perla, un docu-film, Polytechnique.

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