Rogue One. Il lato oscuro di una nuova speranza

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Spin-off è un termine che definisce un film “nato da / che fa parte di” un franchise – ovvero una serie cinematografica, per esempio quella di James Bond o di Harry Potter – senza però entrare nella linea temporale della stessa o che comunque riconduce a una direzione narrativa (parallela) secondaria. Per intenderci, Lo Hobbit è in pratica uno spin-off de Il Signore degli Anelli anche se letterariamente sappiamo essere nato prima.

Rogue One: A Star Wars Story è uno spin-off di Guerre Stellari ufficialmente incluso nel progetto “Anthology”, che comprenderà una serie di pellicole dedicate a singoli personaggi e fatti specifici della serie ufficiale (il prossimo sarà su Han Solo, e che Dio ce la mandi buona…).

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La storia del nostro film si incunea tra i prequels degli anni Duemila e la serie dei Settanta Ottanta. In effetti Rogue One è inequivocabilmente un’operazione dedicata a quei fans della serie originale che conoscono bene tutta la vicenda – in realtà appena accennata nei dialoghi di Guerre Stellari del 1977 – di un gruppo di eroi che riesce a rubare i piani di costruzione della Death Star (ingenuamente e incongruamente tradotta all’epoca in Morte Nera) che porteranno al disvelamento dei suoi punti deboli e alla sua distruzione finale da parte dei caccia ribelli guidati da Luke Skywalker.

“Rogue One” è il nome in codice della squadra di valorosi formata per lo più da ribelli e contrabbandieri che a fronte di tremendi sacrifici porterà al compimento la missione suicida. Ma “rogue” vuole anche significare “solitario” come la protagonista o “canaglia”.

AMARCORD – L’aspetto revival dell’operazione è sottolineato non solo dall’uso di attori perfettamente truccati e appena digitalizzati per essere quasi identici ad alcuni personaggi caratteristici del vecchio film (l’algida senatrice Mon Mothma, il generale Dodoonna, Bail Organa, il criminale attaccabrighe della taverna Walrus) ma soprattutto dalla rigenerazione in CGI dell’ormai scomparso Peter Cushing – eccellente interprete del Grande Moff Tarkin – e dall’operazione di ringiovanimento della Principessa Leia Organa (all’epoca del primo episodio originale appena ventenne) che appare brevemente in quelle che poi riconosciamo essere le iconiche immagini del film del 1977 “Star Wars”. Sembra quasi che il nostro regista mentre Lucas girava riprendesse le stesse scene da un’altra angolazione, con un effetto di condivisione spazio-temporale insolito e affascinante.

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VIOLENTO MA NON TROPPO – Durante l’attesa dell’uscita nelle sale molti siti specializzati e ben introdotti nel mondo degli studios avevano chiaramente spoilerato cosa stava succedendo realmente nelle salette di proiezione della Disney e il perché del ritardo dell’uscita del film: una notevole serie di tagli e un’inversione immediata di rotta. La produzione e lo stesso regista, Gareth Edwards, hanno affermato che la terza parte non era quello che la Disney si aspettava dal progetto ma non è stata resa ufficiale la tensione tra le parti. All’origine Rogue One doveva essere uno spin-off svincolato dalla serie originale (se non per l’aggancio al vecchio film) e addirittura il primo capitolo di una serie parallela da svilupparsi in tre diverse puntate. Appare dalle note che nel contratto degli attori principali ci fosse in chiaro questa possibilità e la sorpresa degli stessi nel sapere il contrario sembra sia stata sedata dalle salatissime penali discrezionali.

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Per il regista Gareth Edwards era la possibilità di esprimere una narrazione molto più drammatica che riprendesse lo stile e il clima dell’originale ma che nello stesso tempo si prendesse delle libertà dai “doveri” istituzionali, per potere sviluppare gli aspetti più violenti e tragici legati al sorgere dell’impero dittatoriale dei Sith e le operazioni di guerra tra questi e i ribelli. In effetti il film che abbiamo visto è una versione piuttosto diversa da quella annunciata e ci sono stati mesi di ritardo causati dal rifacimento di alcune scene per modificare sostanzialmente molti punti nodali della trama.

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La protagonista Jyn Erso (Felicity Jones) pare sempre un po’ attonita e le sue azioni non corrispondono alle aspettative che il suo indomito personaggio farebbe presumere. Il capitano ribelle Cassian Andor (Diego Luna) originariamente era stato pensato dagli autori come un uomo ambiguo e traditore. Tutta la vicenda avrebbe dovuto avere un tono drammatico e crudele in cui i “buoni” non si sarebbero molto discostati dai “cattivi”, anche attraverso l’ausilio di scene di violenza cruda rispetto agli standard di Lucas (basti vedere la scena finale con Darth Vader, il pathos epico e drammatico della mattanza dei ribelli per immaginare come sarebbe stato il film senza le “bonifiche”). Anche il resto della squadra rimane appena abbozzato nonostante siano presenti personaggi caratteristici come il samurai cieco che non può non ricordare Zatoichi.

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Inizialmente si voleva dare molto più spazio alla cupa ferocia di Vader – pare in molte scene rappresentato senza censure come un autentico sadico sterminatore e torturatore – e all’ancor più spietato Tarkin ossessionato dal potere, molto più peso allo spirito maligno che aleggia in tutto ciò che l’Impero costruisce e alla capacità di corruzione del Male sui buoni. Insomma temi adulti poco adatti ad un pubblico di dodicenni che avrebbero fatto slittare il “rating” (il temuto visto censura americano) da verde a rosso.

Quando i produttori hanno visto il montato sono rimasti piuttosto colpiti dalla durezza della storia. Inoltre nei mesi precedenti si erano accorti, forse contro ogni più rosea previsione, che questo spin-off stava creando aspettative importanti nel pubblico, grazie alla diffusione delle informazioni via web con siti specializzati che si moltiplicavano di giorno in giorno agglomerando milioni di appassionati. A quel punto, con una scelta di marketing discutibile, la produzione ha senz’altro peccato di pavidità preferendo modificare il prodotto finale per renderlo più appetibile ad un pubblico di minori e bambini – per tenere “in caldo” i fans in attesa del nuovo capitolo per avvicinare al lucrativo prodotto i ragazzini più piccoli che all’epoca del capitolo precedente tenevano ancora il ciuccio in bocca. Il Rogue One cupo e adulto avrebbe probabilmente ridotto il climax nei confronti dell’ottavo capitolo della serie principale prendendosi troppa importanza. Ecco allora che si chiudono i contratti e non si pensa più a possibili seguiti.

RIBELLI A SINGHIOZZO – Dunque ad un attento osservatore è chiaro che tutto il progetto Rogue One presenti disomogeneità diffuse a macchia di leopardo nella struttura narrativa e nei caratteri dei personaggi a scapito di una generale percezione di coerenza del clima e di stile. Il capitano Andor uccide senza problemi all’inizio per poi diventare più mite e lineare nel prosieguo del film – in realtà la scelta di Luna, con quel viso tra l’ingenuo e il perfido, non era stata casuale, si cercava proprio un interprete che potesse rappresentare da un lato l’inganno dell’ingenuità e dall’altro la perfidia del tradimento. La scelta dell’eccellente Ben Mendelsohn (attore specializzato in parti molto dure e “cattive”) nel ruolo del Direttore degli armamenti Krennic è stata pensata per allestire al meglio un personaggio estremo che si fa corrompere dal male fino alle estreme conseguenze, ma solo per puro carrierismo e per sete di ricchezza. Insomma un perfetto nazista più che un invasato religioso come Vader, ma evidentemente l’inversione di rotta ne mutila l’efficacia, tale da non convincerci mai fino in fondo.

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Insomma c’erano i presupposti per un film più cattivo e teso, scevro da quell’ironia invece presente nella serie originale. Un lavoro che avrebbe pienamente soddisfatto i fans più adulti e mai convinti della piega “giocattolosa” dei prequel, tanto che a tutti sono piaciute di più le scene finali, un po’ per l’emozione suggerita dal revival ma soprattutto per il pathos dell’epica malvagità di Vader.

Il film si vede con piacere, per i ricchi effetti speciali e la qualità tecnica della produzione. La protagonista come già detto percorre l’iperspazio con una faccetta attonita e una grinta solo di superficie che non arriva neanche di striscio alla personalità di Carrie Fisher. Era appena una ragazzina nel 1977 quando riuscì a creare dal nulla una tipologia di eroina rude e dolce alla bisogna come non si era mai visto al cinema prima, vera a propria antesignana della donna “multitasking”: dolce e materna in tempo di pace ma guerriera e cazzuta in guerra – donna che non ha bisogno di scimmiottare il sesso maschile o di negarlo ma che anzi sottolinea la propria natura femminile attraverso la cifra della resistenza al dolore e alla cattiva sorte. Luna non trova la sua collocazione precisa nella storia per i motivi suddetti. Mendelssohn neanche. Mads Mikkelsen riesce ad esprimere con la consueta misurata intensità la disperazione del padre dell’eroina, scienziato costretto a creare la stazione da battaglia Death Star ma anche artefice della rivelazione del punto debole della stessa. Ahimè, l’interprete che ci convince di più è proprio Cushing, perfetto nella parte che peraltro ha interpretato per tutta la vita. Ed anche dopo la morte.

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Film evocati:

Guerre Stellari (George Lucas, 1977)

L’Impero colpisce ancora (Irvin Kershner, 1980)

Il ritorno dello Jedi (Richard Marquand, 1983)

Star Wars Episodio I – La minaccia fantasma (George Lucas, 1999)

Star Wars Episodio II – L’Impero colpisce ancora (George Lucas, 2002)

Star Wars Episodio III – La vendetta dei Sith (George Lucas, 2005)

Star Wars Episodio VII – Il risveglio della forza (J.J. Abrams, 2015)

Rogue One: A Star Wars Story (Gareth Edwards, 2016)

Star Wars Episodio VIII – Gli ultimi Jedi (Rian Johnson, 2017)

Zatoichi (serie cinematografica 1962/2003)

Il Signore degli Anelli (Peter Jackson, trilogia 2001/2003)

Lo Hobbit (Peter Jackson, trilogia 2012/2014)


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