Jackie, il reportage emotivo

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Jacqueline Kennedy, un nome a cui è difficile affiancare un predicato. La First Lady, il profilo misterico nel corpo asciutto. La mise-en-scène incantevole, il tripudio di biografie e dicerie sempre più approfondite sulla rotta che conduce alla verità assoluta. Di una donna diventata mito. Eppure gli intrugli politici e sessuali hanno solo alimentato una sovresposizione da cui, mi perdoneranno i più morbosi, è difficile cavare più di tanto. Tenta comunque l’impresa e a modo suo Pablo Larraín – autore cileno già visto nell’anomalo Neruda – col biografico Jackie.

Partiamo da un pregiudizio. Un regista sudamericano, se fedele alla tradizione, sa come esasperare le emozioni. Abbasso la serranda interiore per lenire la luce solare di poco prima e punto allo schermo. Ecco una donna che dipana lacrime, si asciuga con le dita e nemmeno un fazzoletto. Il bel viso è intriso di sangue, il rosso finisce negli occhi e si mischia col trucco in rovina. I sordi singhiozzi condiscono il primissimo piano di Natalie Portman, schiacciata dalla vicinanza opprimente della macchina da presa. Il volto – scusate l’insistenza, è la parola magica – irrompe sulla nostra coscienza vigile tanto che non serve tirare in ballo pensieri reconditi, è lì senza filtri. Natalie è ovviamente Jacqueline Kennedy, anzi Jackie. Ovvero la donna divenuta vedova pochi istanti prima, la ex First Lady, l’icona di stile che nell’intimo perde il controllo. Il sangue è quello del defunto John Fitzgerald Kennedy. Scottante reportage latinoamericano di fatti triti e ritriti? Non esattamente. Comunque lo si giudichi, il film di Larraín non lesina qualche sussulto, anzi…

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REPORTAGE EMOTIVO – La vicenda orbita attorno all’intervista che Jacqueline Kennedy concesse a Theodore H. White (Billy Crudup) per Life una settimana dopo i fatti di Dallas. La porzione di vita messa sotto la lente racchiude pressoché solo quei sette giorni, non si tratta di un biopic nell’accezione classica del termine. Gli eventi più belli come i concerti alla Casa Bianca e i balli tornano in flashbacks solo per fare da contraltare al presente, Larraín è interessato più al reportage emotivo che a quello narrativo. Vediamo la disperazione della donna che tiene in grembo il marito colpito, la madre che trova il modo di parlare coi figli della morte del padre, la vedova che tenta in tutti i modi di organizzare un funerale altrimenti appannaggio dei funzionari governativi. I fatti rimangono sempre ai margini, evocati ma non chiariti, quasi che Larraín non voglia partecipare al vacuo chiacchiericcio da rivista scandalistica che orbita attorno ai Kennedy da più di mezzo secolo. O, per meglio dire, intende concentrarsi su altro. Il tempo filmico incede sull’adagio moderato, è soverchiato dai dialoghi – onnipresenti – tra Jacky e Bob Kennedy (Peter Sarsgaard), tra Jackie e l’assistente, tra Jackie e il prete (John Hurt alla sua ultima apparizione) al quale confessa rabbia e ragionamenti. Ma l’elemento basale che prende allo stomaco per l’invadente portata espressiva è una sorprendente Natalie Portman, al di là delle parole comunque ben confezionate. L’attrice costruisce un personaggio ostico in un miscuglio di spine e fragilità. Jackie accoglie White con qualche freddura, si espone temporaneamente al suo giudizio ma al momento opportuno serra le redini. Il giornalista non può che accodarsi alle sue direttive. Non giuro che Natalie sia credibile sempre e comunque – tanti hanno inneggiato alla sua performance –, ritengo però che la performance abbia dato frutti inconsueti.

PUNTO DI VISTA – Nessuno aveva mai realizzato un film interrogandosi sui pensieri di Jacqueline Kennedy, sinora mera eco pittorica di un marito ingombrante sul quale possiamo trovare tutti gli esempi possibili. “Regina senza corona, che perse in un colpo solo marito e trono”, come l’ha definita lo stesso Larraín, Jackie si ritrova a gestire il flusso emotivo di eventi così tragici pressoché da sola. Ce lo suggerisce l’operatore ancor prima che lo sceneggiatore: la macchina insiste sempre su di lei. Lyndon Johnson giura sull’aereo come nuovo presidente, una ripresa fugace e poi di nuovo attenzione sulla donna che relega funzionari e politici sullo sfondo. E quando Jackie sola lo è anche fisicamente, ad esempio nei corridoi della Casa Bianca, l’inquadratura si allarga esasperando la figura minuta rispetto al contesto che va ingigantendosi.

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RETORICA – Esporre un qualsivoglia concetto è un’arte che richiede conoscenze tecniche, abilità nel veicolare il messaggio attraverso l’eloquenza del caso, a prescindere dal mezzo. Quello cinematografico vuole anch’esso la sua retorica, non necessariamente nell’accezione urticante del termine. Senza evocare i magistri latini, lo stile di Larraín si dimena nell’agone visivo con una retorica abilissima, talmente scaltrita da nasconderla agli occhi. Grazie ad un sapiente mix di minimalismo recitativo e fraseggio verbale privo di ghirigori, il film scorre via senza ostentare valori e immagini. Tanto per dire, il sangue, luogo comune della sofferenza più esplicita, viene ridotto ai minimi termini di un accettabile realismo, pur rimanendo un fruttuoso espediente drammatico.

COLONNA SONORA – Lavoro grandioso quello della cantautrice e compositrice britannica Mika Levi. Etichettata dalla rete come musicista “sperimentale” – parola gravosa –, ordisce per l’occasione un tessuto acustico politematico. Sentiamo alcune dissonanze alla Schönberg in chiave noise e successioni di accordi dalla cupezza agghiacciante, perfetti per i cieli foschi di Jackie. Andiamo poi da tutt’altra parte con le suggestioni melodiche, qualora le atmosfere si facciano meno dense. Unite tali humus sonori all’aria principale del musical Camelot di Alan Jay Lerner e Frederick Loewe – presente in quanto la canzone era amata da JFK – e avrete un’idea quantomeno parziale del tutto. Mika Levi – la trovate anche con lo pseudonimo Micachu – getta l’ancora più in là verso fondali più oscuri, certamente poco esplorati dal cinema di massa. Sentire per credere.

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NUOVA ONDA – Lo stile registico di Larraín è lontano dalla Hollywood classica, sempre ricca di movimenti di macchina, grosse riprese panoramiche ed espedienti retorici volti a costruire un sistema visivo articolato e artificioso. Quasi tutta la pellicola è girata con la macchina a spalla, l’operatore è sul campo, muove lentamente e mai in modo armonioso. Ad eccezione delle scene dell’intervista, il film è scevro da controcampi – Jackie e Bob vengono ripresi simultaneamente di profilo, l’occhio dello spettatore è così libero di poggiarsi sul personaggio che vuole. Il cineasta cileno partecipa a quella specie di recente “nouvelle vague” di autori dalla tecnica più smaliziata e informale, adottando un linguaggio che probabilmente lascia – almeno in apparenza – maggiore libertà cognitiva allo spettatore.

Insomma lo avrete capito: pollice in su, consiglio pienamente questo Jackie. Nel suo piccolo è un lavoro pioneristico, potrebbe essere tra i capostipiti di un genere nel genere. Ma allo stesso tempo vi metto in guardia con le istruzioni per l’uso: riponete da parte i codici del cinema classico, toglietevi dalla mente le decine di biopic fioriti dai Novanta ad oggi su presidenti ed altre eminenze. Altrimenti troverete Jackie di una noia unica. Larraín prende il cinema biografico più tradizionale e lo demolisce a sue spese, investendo nell’edificazione di un impianto filmico nuovo e sensazionale, riluttando la possibilità di fare qualunque verso ai suoi colleghi hollywoodiani più esimi. E se il mondo gira come deve girare, l’investimento darà frutto tra qualche anno, quando avremo metabolizzato il nuovo stile. Qualora l’operazione andrà a buon fine, magari rivendicherò parte degli interessi.

Kimerol

Film evocati:

Neruda (Pablo Larraín, 2016)

Jackie (Pablo Larraín, 2016)


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