Ghost in the shell, c’è un’anima oltre al corpo?

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L’universo della science fiction si presenta a noi mediante le sue mille declinazioni, tra cui la figura del carattere metà uomo metà macchina. Col disegno dell’affascinante cyborg femmina Mira, Shirow Masamune colpì profondamente l’immaginario dei futuribili Novanta, epoca di agitazioni cyberpunk non del tutto estintesi. L’epopea nacque con il manga, quindi i due anime cinematografici, inframezzati da videogames e serie televisive – un franchise destinato come altri alla rigenerazione autoreferenziale. Torna sugli schermi Ghost in the shell, versione live-action, con l’anima e il corpo di Scarlett Johansson.

L’annuncio dell’operazione da parte di DreamWorks e Paramount gettò nel tumulto emozionale le varie stirpi di fan, diffusi in tutto il mondo in una diaspora cultuale che non impedisce di parlarne tramite forum e social. Fioriscono le discussioni della primavera Sci-Fi e ci si accanisce contro Scarlett Johansson, portatrice sana di quel whitewashing che ha spesso voluto attori bianchi nella parte di personaggi asiatici o di colore. Piovono strali pregiudizievoli, che non sparigliano la puzza sotto il naso di chi definisce “commerciale” l’operazione. Si succedono le elucubrazioni di chi vuole un film simile o almeno limitrofo a manga e anime, altrimenti buono solo per la gogna e il pubblico ludibrio. Insomma una città futuristica di palazzi pre-recensivi, ammassati nel calderone delle opinioni “umane” – un aggettivo tutt’altro che scontato.

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Il film di Rupert Sanders è nelle sale e andiamo a conoscerlo. Per un solo meschino secondo cedo anch’io alla tentazione di distruggerlo ancor prima di avere preso il biglietto, poi sgombero il cielo dalle nubi del facile snobismo – guardiamo.

Una donna avvenente fluttua nel frame blu come un ologramma da scansionare. In realtà è un corpo fisico, si risveglia, torna a nuova vita. La dottoressa Ouelet (Juliette Binoche) le spiega che quello che ha attaccato ai gangli non è il corpo originale – gettato via come le ossa dei polletti della domenica perché non riparabile – ma un organismo sintetico. A sopravvivere è però il ghost, l’anima della donna che fu. Il Maggiore Mira Killian in verità è un’eccellente agente della polizia di New Port, un cyborg potenziato di proprietà della Hanka Robotics, lavora nella Sezione 9 che combatte il terrorismo cibernetico. Sulla via che porta alla decifrazione più profonda del suo essere, tra azioni e riflessioni malinconiche, Mira farà il percorso del caso.

Ora lo stuolo di esagitati appassionati di intelligenza artificiale, gli informatici distopici forieri di un domani governato tramite i networks, o almeno i filosofi del futuro tout court staranno ripensando – come me – all’annoso rapporto tra uomo e macchina. Che noi possiamo essere perdonati.

Premetto. Il film americano riprende solo alcuni temi del manga originale – cosa buona e giusta – evitando l’accozzaglia. Dalla certosina scrematura sopravvivono due questioni pregnanti: il cogitare dell’anima in un corpo da cui è per natura separata e la possibilità che un’anima si sviluppi a prescindere da un corpo fisico. Mi asciugo la goccia di sudore.

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Mira cattura lo scagnozzo del cattivo e lo interroga per cavarne informazioni. Il tipo giura piagnucolando di non saperne nulla, chiede clemenza ed evoca dei figli, una casa, per farla breve episodi di vita. Ma il cyborg gli spiega che tutto ciò non esiste. Sono solo ricordi impiantati nella sua testa che funziona come un hard disk, che qualcuno riempie utilitaristicamente. Impossibile non ripensare, volendo accantonare il manga di Shirow Masamune, al replicante Rachel di Blade Runner. Il maggiore sostiene amaramente che realtà “vera” e realtà “inventata” abbiano pari dignità in quanto entrambe delineano l’individuo. Ma la sua mente inizia a produrre dei glitch, brevi picchi elettrici che la inducono ad indagare sul proprio passato.

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Ma se un’anima è capace di sopravvivere alla distruzione di un corpo allora può prescindere – ecco il ragionamento semplice e potente di quel buontempone di Shirow – da una locazione fisica fissa. E per di più due anime, se particolarmente affini, attraverso un processo informatico possono fondersi in un unico individuo, in una sorta di panismo artificiale opposto ai concetti di mitosi e meiosi – seconda goccia di sudore, giuro che la smetto. La vogliamo chiamare riproduzione sessuale? Unione d’intenti? E’ se non altro un affare funzionale al potenziamento della specie, come in ogni ambiente biologico che si rispetti. Vi sarebbe un film esemplare, purtroppo sconosciuto ai più, che mi sento di evocare se parliamo di accoppiamenti “ambigui”: in Generazione Proteus di Donald Cammel (1977) un’intelligenza artificiale tenta una cosa simile e non dico con chi, ma vi assicuro che lo spettacolo è avvincente.

Provando a tornare seri, alcune visioni distopiche di Shirow Masamune sono venute a condensarsi nella realtà nel nuovo millennio. Lasciamo perdere i ghost impiantati negli shell, per quelli serve – forse – ancora un po’ di tempo. Ciò che strugge è l’effettivo affermarsi di un mondo digitale basato sull’interconnessione dei corpi, più che delle anime, profetizzato da Shirow. Sarà stucchevole dirlo oggi ma ai tempi era un concetto rivoluzionario. Guardare un Ghost in the shell nel 2017 è un’esperienza probabilmente meno avveniristica, motivo per cui mi è sembrato quasi naturale scivolare sul versante estetico e scenografico.

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L’episodio di Rupert Sanders è lontano dall’essere un passo memorabile, poggia le fondamenta su concetti già sviluppati ed anche meglio nel manga e nei precedenti film. Andare a vederlo contando di identificare elementi validi per la progressione narrativa è inutile, pena la delusione. Il film andrebbe visto a sé, proviamo a dargli una valenza autosufficiente. Qualcosa di buono a tratti pare affiorare, la New Port cyberpunk è un luccichio meraviglioso di grattacieli blu e un trionfo di ologrammi che fanno il verso direttamente a Blade Runner. Impera un design Ottanta / Novanta esemplare, l’occhio ha la sua bellissima parte. Scarlett Johansson è lontana dalla Mira disegnata – tratti differenti, in parte altra silhouette – ma se accantoniamo il glorioso passato possiamo affibbiarle un po’ di credibilità o quantomeno l’attenuante della variazione sul tema. I vecchi fan la distruggeranno come non ci fosse un domani, io mi limito a denunciare un’oscena falcata da rapper spalluto, per il resto ha un suo perché. Menzione d’onore a Clint Mansell e Lorne Balfe per la colonna sonora – naturalmente super sintetica, nitida, con echi di analogico, bassi vibranti e arpeggi cristallini – che congiuntamente all’ambiente visivo plasma se non altro un prodotto gradevole. Se questo abbia anche un’anima lo lascio stabilire a voi.

Kimerol

Film evocati:

Generazione Proteus (Donald Cammel, 1977)

Blade Runner (Ridley Scott, 1982)

Ghost in the shell (Mamoru Oshii, 1995)

Ghost in the shell: l’attacco dei cyborg (Mamoru Oshii, 2004)


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