Arrival, gli alieni, il dono inatteso

Dodici navi aliene fluttuano su immaginifici paesaggi terrestri in attesa del contatto. Gli eserciti di tutto il globo si mobilitano per far fronte alla minaccia. Ma Arrival non è il nuovo Independence Day: gli alieni, tòpos della fantascienza sin dagli esordi, hanno qualcosa di importante da dirci. A fare da interprete sarà Louise Banks (Amy Adams), linguista di fama mondiale. Alle prese con l’elaborazione del lutto per la morte della figlia, la dottoressa Banks penetrerà nella nave-monolite poggiata sul suolo americano e proverà a comunicare con gli esseri venuti da lontano.

Denis Villeneuve, cineasta canadese visto mirabilmente all’opera nel thriller alla David Fincher Prisoners, già catalizzatore di attenzioni mediatiche per essere stato scritturato per Blade Runner 2049, si cimenta in un genere complesso come quello della fantascienza, il più a rischio di ingratitudine. E che il film non abbia avuto i giusti tributi lo prova, per dirne una, l’unica statuetta ottenuta a margine delle otto nominations all’ultima sessione degli Oscar. La stessa sorte di 2001: Odissea nello spazio; un rimando simbolico, come quelli che il cinefilo medio fa quando guarda qualcosa che s’irradia dal già visto. Tutto nacque con Metropolis, si divenne adolescenti con gli anni Cinquanta di Ultimatum alla Terra e Cittadino dello spazio, quindi adulti con 2001, maturi con Alien e Blade Runner, e allora vecchietti con Interstellar. Arrival è una riproposizione degli antichi o recenti cliché oppure aggiunge un mattoncino nell’evoluzione del genere?

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UN NUOVO LINGUAGGIO – La pellicola utilizza il presupposto dello shock dell’incontro con la civiltà aliena per mostrarci una nuova forma di comunicazione, la lingua “eptapodiana”, totalmente diversa da quella umana sia fisiologicamente che per evoluzione culturale. La seconda linea tratta il concetto di continuum spazio-temporale, in particolar modo il dominio del tempo e la capacità omnisciente di intendere tutti gli eventi del futuro, che la dottoressa Adams acquisisce imparando la lingua degli alieni. Per riuscirci dovrà abbandonare il pensiero razionale e affidarsi a quello emotivo, è l’unico modo per superare le siderali differenze tra le specie. A corollario di tutto, il senso di una rinnovata coscienza di sé e l’accettazione della ineluttabilità della vita umana e delle sue circostanze. Un film molto profondo se lo si sa leggere tra le righe. Piuttosto originali gli alieni – strane sembianze da letteratura new weird –, ottima la recitazione, il ritmo e la regia non sono banali, il montaggio è efficacissimo.

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ESPERIMENTI FOTOGRAFICI – Il film inizia con flashbacks dei momenti che Louise ha trascorso con la figlia. I personaggi sono spesso inquadrati da dietro magari su un prato, il movimento di macchina è caotico per suggerire un vulnus emotivo forte. Per certi versi i rimandi sono al Terrence Malick più etereo, guru in questo genere di scene sospese. Ma Arrival propone anche una piccola sperimentazione, i diaframmi sono apertissimi per marcare pesantemente la sfocatura dello sfondo, una tecnica più fotografica che cinematografica. La dottoressa Banks è a lezione, la vediamo posteriormente sulla cattedra, con gli alunni sullo sfondo. Il fuoco insiste sempre su di lei, non scivola mai sugli allievi – più facile da vedere che da spiegare. Oppure Louise osserva dei monitor e lo spettatore sarebbe curioso di scoprire cosa vede, ma il fuoco cade solo su di lei. Insomma Villeneuve forza un po’, sarebbe interessante capire perché: mera scelta stilistica o tentativo di veicolare un significato narrativo? E nel caso questo quale potrebbe essere? Possiamo solo immaginarlo: insistere sullo straniamento della protagonista – il fatto che i suoi interlocutori siano sfocati potrebbe indicare che ella si stia scostando dalla loro ordinaria realtà. Non a caso di lì a poco Louise diventerà il primo essere umano omnisciente della storia.

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CONOSCERE IL FUTURO – Che gli alieni sbarchino sulla Terra per donarci una nuova lingua è già di per sé un bel colpo creativo che discosta Arrival da blockbusters fanta-distruttivi come La guerra dei mondi, in cui l’alieno è qui per annientarci. Che la lingua propostaci non sia un mero sistema di codici comunicativi ma una nuova via per pensare l’esistenza è “innovativo” – parola pericolosa. Il fatto che la nuova tecnologia consenta di conoscere tutti i punti della linea temporale è spaventoso. Lo spettatore alla fine della proiezione, che abbia o meno apprezzato lo spettacolo, non può non chiedersi come si comporterebbe egli stesso se percepisse di punto in bianco ogni evento del proprio futuro. Le vie sarebbero due: impegnarsi per evitare il dipanarsi delle trame più tragiche o far sì che l’ineluttabile, a prescindere dalla valenza positiva o negativa, sia realmente tale. Arrival apparentemente non inventa nulla, ci avevano già pensato i vari Ritorno al futuro e Terminator. Ma Villeneuve e Ted Chiang – quest’ultimo col racconto Storia della tua vita ha influenzato il canadese – portano a compimento una rivoluzione copernicana: non è il personaggio a girare attorno al futuro ma il contrario. Louise conosce già tutto il suo avvenire, non deve interpretarlo.

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PILLOLE FILOSOFICHE – Gli alieni e la loro architettura mentale. Da bambino inesperto mi chiedo: essi sono capaci di provare quelle che noi chiamiamo “emozioni”? Conoscono per intero la loro vita, dunque la accettano. In che modo intendono quello che noi definiremmo libero arbitrio? Da umano, nell’istante in cui sospetto che sto per comprendere tutto il mio avvenire devo schermarmi per non soffocare delle mie stesse emozioni e imparare a mantenere il controllo. E poi, l’avvenire lo si realizza nell’unicum o poco per volta? Ma tornando agli alieni, essi non sono umani e non sappiamo se abbiano in sé il concetto di “emozione”. Dunque è avveniristico e diabolico fantasticare sulla loro interiorità: come considereranno mai la vita? Domanda chimerica che consegna un buon sapore al nostro palato. E gli interrogativi esistenziali non finiscono qui. A che scopo gli eptapodi extraterrestri vivono? Sopravvivenza della specie o altro? Probabilmente la speranza di una “buona vita” muore nel frangente in cui essi vedono la propria fine, ossia alla nascita, dato il loro essere omniscienti – sempre che percepiscano il concetto di speranza. Domande forti, risposte ingenue. E quando lo spettatore – diciamo pure il Cinetecario – ci pensa anche il giorno dopo e magari il giorno dopo ancora, allora il film è più che riuscito.

Kimerol

Film evocati:

Metropolis (Fritz Lang, 1927)

Ultimatum alla Terra (Robert Wise, 1951)

Cittadino dello spazio (Joseph Newman, 1955)

2001: Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968)

Alien (Ridley Scott, 1979)

Blade Runner (Ridley Scott, 1982)

The Terminator (James Cameron, 1984)

Ritorno al futuro (Robert Zemeckis, 1985)

Terminator 2 – Il giorno del giudizio (James Cameron, 1991)

Indipendence Day (Roland Emerich, 1996)

La guerra dei mondi (Steven Spielberg, 2005)

Prisoners (Denis Villeneuve, 2013)

Interstellar (Christopher Nolan, 2014)

Arrival (Denis Villeneuve, 2016)

Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve, 2017)


3 risposte a "Arrival, gli alieni, il dono inatteso"

  1. Complimenti per la bella recensione e per l’iniziativa. Direi che, come mi insegna un carissimo amico esperto di cinema, la consegna dei premi Oscar possa dire tanto e nulla a proposito dell’effettiva qualità di un film. Senza scomodare Kubrick, nemmeno Nolan finora ha vinto un Oscar e credo si possa ritenere alquanto stravagante come scelta. Detto questo, non essendo molto competente in materia, non credete che la rappresentazione fisica degli alieni (viscida, con mani/zampe enormi, per certi versi dis-umana) sia eccessivamente retorica nel corso della storia del cinema? Questo film è sicuramente un’ottima pellicola, ma a differenza di Interstellar, ad esempio, ho l’impressione che manchi qualcosa a livello di narrazione con lo spettatore che, in qualche frangente, avrebbe avuto bisogno di qualche scossone in più. Mi perdono davvero per le inesattezze.

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  2. Alex, le tue osservazioni sono più che puntuali, avrei potuto parlare dei temi che hai sollevato nell’articolo in effetti. Innanzi tutto ti ringrazio per avere letto. Il “mostro” è sempre stato croce e delizia della letteratura dell’orrore, poi, a fine Ottocento, con la nascita della fantascienza, quello ha preso piede anche lì. In effetti H.G. Wells scriveva La guerra dei mondi coi suoi bei tripodi proprio in quel periodo e se un furbacchione come Spielberg ha voluto farne un adattamento cinematografico nel 2005 non è un caso. C’è poco da dire: l’alieno mostruoso continua a funzionare di brutto. Tu la chiami “retorica” a ragione, io mi permetto di aggiungere un aggettivo: “orrorifica”. Al netto della banalità della ripetizione del cliché alieno-mostro, la retorica orrorifica continua ad attrarre il pubblico e quindi i produttori. Infatti è proprio in questi giorni nelle sale Life, fantahorror – che ancora non ho visto – in cui degli uomini scoprono minacciosissime forme di vita fuori dal pianeta (insomma qualcosa di vagamente somigliante ad un certo Alien), e nei prossimi tempi Alien convenant. Aggiungi a tutto questo una certa resistenza del B-Movie, quel gusto che a partire dagli anni Cinquanta influenza ancora il cinema – non è un male a tutti i costi, anzi – e il gioco è fatto. Sarebbe interessante, in effetti, vedere qualcosa di nuovo, iniziare a considerare l’alieno come un’entità biologica diversa, né antropomorfa né mostruosa. Ma sono sicuro che tra qualche anno vedremo qualcosa di simile. Parallelamente, o meglio nel frattempo, accettiamo i vecchi mostri (anche perché, diciamo, non abbiamo scelta).

    Arrival è diverso da Interstellar nella forma narrativa. Il film di Nolan per certi versi ha una forma più classica, se di classico si può parlare quando si evocano realtà parallele. Nolan è un burattinaio favoloso, si diverte a portarci dove vuole lui nel momento in cui vuole lui, abbiamo solo l’illusione di governare la storia. Denis Villeneuve invece pare appartenere più a quella “nouvelle vague” di cineasti (per la verità più europei e sudamericani) meno narrativi e più “sensoriali”, diciamo così. Egli ama dare quel senso di sospeso, tipo alla Malick come ho detto, per quanto questi non si occupi di fantascienza. Arrival ha una dipanarsi più “rilassato”, vuole coinvolgere quasi ipnoticamente e dare un po’ di spazio in più allo spettatore. Ne viene da sé che a rimetterci è il ritmo – Nolan è estremamente più pirotecnico – ma questo non è un male, anzi. In un film del genere è bene che un po’ d’azione si sacrifichi per il pensiero. Personalmente amo entrambi i modi di vedere ma ultimamente sono più interessato al concetto di Villeneuve, che tra l’altro darà alla luce – per la paura di tutti i fan me compreso – Blade Runner 2049, e qui mi permetto di avere paura, dato che si confronterà con un’Opera Leggendaria.

    Kimerol

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  3. Grazie per i suggerimenti cinematografici prossimi venturi, ma grazie soprattutto per la profonda analisi e il confronto tra Interstellar e Arrival. Vi “userò” volentieri per cercare di capire e amare qualcosa in più della meravigliosa arte cinematografica.

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