7 Donne d’Oro… per un regista che vale zero

Me ne stavo tranquillo e beato a poltrire arenato sul divano come una megattera e mentre titillavo il telecomando ecco apparire su una qualche rete-remainder un film che mi affascina fulmineamente anche solo per il titolo: 7 donne d’oro contro due 07. Ed è in questo che sta l’intuito, quel momento in cui ti fermi e cogli l’attimo subodorando il manifestarsi di qualcosa di speciale (in questo caso di specialmente orrendo) e non puoi ritrarti, ormai attirato irresistibilmente come la mosca sulla merda, come un verme nel putridume, come una iena sulla carogna.

Erano gli anni, quegli ultimi Sessanta, in cui i film di 007 – quello vero – erano ancora il massimo per quanto riguardava le intuizioni sceniche, il glamour e l’impatto sul costume popolare, anni in cui fiorivano migliaia di pseudo 007 in tutto il mondo, in alcuni casi assolutamente geniali come l’antieroico Harry Palmer di Michael Caine in Ipcress o come lo psichedelico agente Flint di James Coburn nella serie omonima americana. Era anche il momento di film raffazzonati tra Ladispoli e il Terminillo, imbandierati da titoli in cui lo “0” o il “7” apparivano come acchiappa pubblico, spesso volentieri propinando bellimbusti dall’aria stolida, ragazzone cellulitiche e Spider Fiat con i petardi nello scappamento.

In questo caso la storia si dipana in una caccia al tesoro nazista, con quadri che nascondono mappe, attraverso improbabili personaggi di ordine vario e avariato, truffatori, sconosciuti, perdigiorno. E non meritano ulteriori descrizioni tantomeno i due 07 e le sette donne d’oro. Si sappia solo che l’autore, tale Vincenzo Cascino, era un industriale argentino che aveva cercato fortuna nel cinema in Italia finanziando commediole e proponendosi senza alcuna esperienza sia come attore che come regista; con la cretineria propria del cretino aveva dilapidato il capitale in operine che perfino il pubblico ingenuo e zuzzurellone dell’epoca disdegnò nettamente (e sì che si propinavano con successo musicarelli e comiche al limite della legge Basaglia).

settedonned1

Il Cascino – alias Kashin – scomparve da un giorno all’altro lasciando un monte di debiti e non se ne seppe più nulla, per fortuna.

Il film non ha una struttura, è un helzapoppin scombiccherato senza capo ne coda, quasi una recita di scuola tra bambini, che in tal caso sono adulti forse in parte ritardati. In questo gruppo di disperati sottratti alle miniere del Sulcis – ove si sarebbero resi senz’altro più utili – si eleva a dimensioni epiche lo stolido e totalmente inetto Cascino, con la sua pipetta da marinaio e la barbetta ben scolpita. Inutile spiegare che di lui non è percepibile alcuna capacità interpretativa, né buona né cattiva; non esiste, punto. Il dramma è che lo stesso vale per gli altri. Dialoghi sconclusionati che neanche Google Traduttore, risatine a caso di donzelle cerebrolese, corsette accelerate tipo Ridolini, colpi di scena patetici forse buoni per l’asilo nido, inseguimenti miserrimi e semplicissimi, struggenti ambientazioni di sapore albanese; il tutto emulsionato in un blob insensato che lascia vagamente spaesati e allibiti.

In quello stesso 1967 egli riesce a fare un altro film sempre con il “7” nel titolo che non abbiamo visionato per pietà dei nostri già esigui e bruciati neuroni.

Insomma quest’opera è consigliabile solo ai palati forti, usi a perversioni professionistiche del tipo: struggiamoci con un giro in periferia, andiamo alla trattoria operaia con i cibi rancidi, ascoltiamo Emma Marrone, mangiamo la pizza surgelata semicotta, beviamo la Cedrata Tassoni calda.

Eppure questo film è in qualche modo emblematico di un momento storico che ci sembra lontano non cinquant’anni ma cinque secoli, l’epoca magnifica dell’improvvisazione bricoleur, anni fantastici e fortunati in cui un paio di generazioni euforiche si sono fottute allegramente tutte le risorse del pianeta a scapito dei loro grati successori. Anni in cui un autentico incapace, pervicacemente convinto di se stesso decise di essere non solo regista ma anche attore e produttore, e ci riuscì. Almeno finché il livello di cretineria non fu troppo perfino per l’epoca.

Lambert

 

Film evocati:

Helzapoppin’ (H.C. Potter, 1941)

Ipcress (Sidney J. Furie, 1965)

Il nostro agente Flint (Daniel Mann, 1966)

Le 7 cinesi d’oro (Vincenzo Cascino, 1967)

7 donne d’oro contro due 07 (Vincenzo Cascino, 1967)


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