Starcrash, minchiate stellari oltre la terza dimensione

Gli anni Settanta sono stati straordinari perché hanno promosso prodotti che avevano in sé l’imprecisione della sperimentazione casalinga e la genialità delle idee rivoluzionarie e sorprendenti, un nuovo mondo che nel cinema ha prodotto capolavori allo stesso tempo orrendi e bellissimi, sgangherati e perfetti, squallidi ed elegantissimi.

Ed è qui che apriamo l’immensa, generosa e succulenta parentesi dei sottoprodotti che facevano il verso o meglio il latrato al film spaziale per antonomasia, Guerre stellari di George Lucas. Luigi Cozzi da Busto Arsizio, regista multiforme, detto anche “er Corman de noantri”, è quello che si dice un “cinematografaro”, termine romano che definisce un geniale bricoleur che bazzica tra magazzini colmi di vecchie pellicole e manifesti sbertucciati e il sottobosco di Cinecittà.

In realtà Cozzi è uno dei più colti esegeti della “cinematografia italiana di risulta”, ovvero di Serie B, autentico guru onnisciente di filmografie perdute e marginali, cercatore indefesso di pellicole già dimenticate al primo giorno di uscita nelle sale.

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Sperimentatore della Sci-Fi all’americana e dell’horror alla Dario Argento (con il quale collabora) non si sa con quale santo in paradiso, per quale misteriosa serie di eventi maturati in qualche sottogabinetto ministeriale, nel 1978 Cozzi riesce a promuovere, scrivere e dirigere uno dei film di fantascienza di Serie B tra i più ambiziosi di tutti i tempi, considerato soprattutto dai disegnatori giapponesi inesauribile fonte di ispirazione: Starcrash – Scontri stellari oltre la terza dimensione. Non solo lo coproduce con gli Stati Uniti ma nell’ordine: cambia nome nell’immaginifico Lewis Coates, convince (forse con minacce) John Barry a comporre una buona colonna sonora (o forse Barry rivende come un napoletano scarti di altri film a prezzo scontato), corrompe il grande Christopher Plummer firmando non so quante cambiali, blandisce le due bonazze di moda totalmente incapaci Caroline Munro e Nadia Cassini, assolda senza troppi sacrifici un seminoto caratterista della televisione, Marjoe Gartner, e un ragazzino appena maggiorenne come David Hasselhoff (dotandoli di cotonature e tutine da Balera della Speranza), scrittura Joe Spinell (Giovanni Spinelli), persona deliziosa che tutta la vita a causa della faccia butterata dovette interpretare la parte del maniaco sanguinario e schizoide.

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Il film è uno Spaghetti-Stellari sberluccicante e psichedelico, colorato e barocco nel quale il montaggio risulta un accadimento perlopiù casuale. Lo spettatore è perennemente abbagliato che neanche i lens flare di J.J. Abrams e Ridley Scott messi insieme, dalle tutine di latex e carta stagnola. In questo bailamme colorato si possono riconoscere molti personaggi che hanno illustrato gli anime degli uforobot giapponesi delle prime serie, da Kyanshan a Tekkaman, da Mazinga a Goldrake.  Solo a sprazzi qualche idea scenica che ci riporta al gusto del design italiano di quegli anni.

Il resto è la solita solfa allungata con acqua e Tavernello, dialoghi da prima elementare e battute da dopolavoro ferrovieri. Plot lineare, col cattivo  maniacale e grifagno (Spinell) a metà tra Ming e il Mago Zurlì che vuol conquistare, minacciare, grifagnare, sghignazzare, digrignare, distruggere, uccidere, torturare, sterminare e soprattutto comandare la galassia  (perché fottere, con quella faccia…). Inutile dire che avranno la meglio sul Male proprio i due cretini in tutina, campioni dell’Imperatore “tanto distinto e brava persona” che conta i minuti prima di mollare il baraccone in cui è stato incastrato e tornare nel suo castello in Austria (Plummer).

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E via con le bonazze spaziali scosciate a tutte le temperature cosmiche che dimenano chiappe e poppe (di ottima qualità) sparando qua e là, e vai con l’androide con la voce del nonno Gino e le articolazioni artritiche. E poi astronavi parallelepipede e puntute, stelle e stelline technicolor, pavimenti cerati al massimo, pianeti con rocce dai colori primari, albe e tramonti con pianeti messi qui e là, suoni spari rombi tuoni riprodotti con la pianola Bontempi, etc etc…

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Il film già dai titoli di testa appare un trasferello meno riuscito del capolavoro di Lucas. Lo spettacolo è noioso, già visto, senza guizzi particolari, recitato in modo amatoriale, ricco ma non visionario, amalgamato da una musica che non sembra neanche propria di quella produzione. Di questo film rimane nella memoria il sorriso ebete di Plummer che sembra letteralmente un turista sotto antidepressivi sceso da un autobus alla fermata sbagliata, gli occhi vacui quasi vitrei di Hasselhoff e la permanente assurda dell’altro, le cosce sode della Munro e le tettine puntute della Cassini (mi ripeto ma funzionano), la pelle unta e la pettinatura a corna di bue di Spinell, le stelline natalizie fasullissime.

Se non altro questo prodotto è stato utile alla cinematografia perché ha portato alla creazione del secondo capitolo, Starcrash 2, il film più orrendo e sgangherato della storia al pari del tremendo Guerre stellari turco (Dünyayı Kurtaran Adam) e dell’ignobile 7 donne d’oro contro due 07 del tragico Cascino, che in questa sede andremo a spolpare per bene.

Lambert

 

Film evocati:

7 donne d’oro contro due 07 (Vincenzo Cascino, 1967)

Starcrash. Scontri stellari oltre la terza dimensione (Luigi Cozzi, 1978)

Guerre stellari (George Lucas, 1977)

Starcrash 2 (Luigi Cozzi, 1981)

Dünyayı Kurtaran Adam (L’uomo che ha salvato il mondo) (Çetin İnanç, 1982)


Una risposta a "Starcrash, minchiate stellari oltre la terza dimensione"

  1. Ah ma allora non sono il solo a guardare ste fregnacce… è bello vedere che qualcuno dà merito al merito… Starcrash è per veri intenditori chi non ha visto non può capire. C’è più cotone sulla crapa di Davide Hasselloff che in una fabbrica tessile del Missouri!!! Il quale Davide avrebbe poi dato le sue prove migliori sulle spiagge californiane insieme a bonanzone in rosso… attendo con trepidazione la tua su Starcrash 2 il pubblico deve sapere!!! Grande Lambert!!! 😀 😀 😀

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