Kinski Paganini, Teorie e Tecniche di una Boiata Fantastica

Oggi sono di turno io, alla sezione attori folli che si credono registi. Attraverso l’arco a sesto acuto e mi ritrovo nell’archivio suddetto. Il collega aveva lasciato la videocassetta polverosa leggermente fuori sede sullo scaffale in modo che la potessi notare. La estraggo, soffio via la polvere. La pellicola in realtà non è neppure così vecchia, anno del signore 1989. Il bordino scollato, una grafica che ricorda certi elzeviri dell’Ottocento, indica Kinski Paganini. Mormoro con me stesso, non è la prima volta che l’altro fa un tiro mancino.

L’ATTORE MEMORABILE – Le mani di Cinetecario rimettono a posto il bordino. Mi dirigo in sala, innesto la videocassetta. Ho già incontrato Klaus Kinski nelle sue vicende più leggendarie. L’Aguirre ossessionato dall’Eldorado nel film di Werner Herzog, Furore di Dio contro le povere comparse picchiate per davvero lungo i canaloni aperti del Sudamerica. Il Fitzcarraldo non meno ambizioso ma con una vena di eleganza in più. L’androide molto più che umano ma non meno sadico dell’omonimo film di Aaron Lipstadt. E poi i western, croce e delizia del primo Klaus, diretto per l’occasione da Sergio Leone o magari da Sergio Corbucci ne Il grande silenzio. Insomma Kinski tra i Sessanta e gli Ottanta ha dato le sue sporche prove d’attore, animando personaggi pressoché privi di senso dell’umorismo. Non ultimo, il Nosferatu prodotto dal suo “miglior nemico” Herzog.

E del Kinski regista – per altro di se stesso – che vogliamo dire? Vediamo il film.

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COMINCIA LA BARAONDA – L’attacco è memorabile. Mi abbandono al movimento confuso della macchina da presa. Essa diventa una sorta di secondo fantasma – il primo è Klaus – che segue Paganini da vicino sul palco di un teatro. Il maestro esegue delle musiche maledette. Le candele fioche impastano il suo volto con il nero, ovunque imperante. In platea un manipolo di donne orgasmatiche si strappa i capelli e si lacera i pensieri, talmente efficaci sono l’abilità tecnica e la carica sessuale del violinista genovese. Una voce fuori campo riporta le malizie irreprimibili di una donna, anche lei bruciata dalla febbre, in ossequio all’incredibile Paganini, o forse sarebbe meglio dire Kinski.

KLAUS KINSKI COME FRITZ LANG – La vicenda dovrebbe decollare ma il gergo del volo è del tutto inutile. Paganini si agita nervosamente nell’aria del suo spazio dall’inizio alla fine, senza soluzione di continuità, senza che lo spettatore – o il Cinetecario del caso – possa mettere le briglie ad una trama di senso compiuto. Il colpo di genio e quello d’ingenuità si contendono il primato della forza nell’agone. Paganini adesca la giovanissima Tosca D’Aquino con un espediente che nemmeno il più scafato degli orchi: la restituzione di una palla persa con cui la ragazza giocava – insomma Paganini una sorta di M, Mostro di Düsseldorf dell’Ottocento che però più che la vita vuole prendere altro, purché l’avventrice abbia i connotati sviluppati. È sicuramente il caso di Debora Kinski – al secolo Caprioglio – che interpreta la compagna principale del musicista, il quale si inchina, oltre la finzione, ai suoi seni. Il film va avanti tra una fuga di Paganini dall’alcova – per la disperazione atavica della femmina, vittima di un fascino che non potrà mai smettere di subire – ed una voce fuoricampo che riporta le elucubrazioni del protagonista.

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IL KINSKI PENSIERO – Non bisogna conoscere tutti i ruoli recitati da Kinski per capire che il suo Niccolò Paganini è l’escamotage narrativo di un uomo – più che regista – che vuole rappresentare null’altro che se stesso. Viene fuori, nemmeno a dirlo, una sorta di manifesto personale o perlomeno un Kinski esplicito. È chiaramente un lavoro pretenzioso ed eccessivo, perlopiù caotico, stroncato abbondantemente dalla critica all’alba dei Novanta. La confusione è nelle intenzioni o è il risultato di una scarsa attitudine alla regia? Probabilmente entrambi, marcatamente la seconda. Se si riesce a perdonare lo sfogo cinematografico e corporale dell’autore allora questo sghiribizzo su pellicola potrebbe anche essere apprezzato, purché lo spettatore si accolli l’eventuale denigrazione di “perverso cinefilo”. Perché il confine tra il mandare Kinski a quel paese e l’applaudirlo è labile.

IL DUBBIO – Vi sono dei film – molti per la verità – pieni di errori marchiani o artifici scenici risibili, dispersi sulla via che conduce al normale senso delle cose (il Cinetecario ne darà divulgazione): alcuni di questi restituiscono un alone di magia; altri fastidio; ulteriori si chiamano lo scherno. Kinski Paganini, seppure infarcito di quelle che i più ritengono – a ragione – idiozie cinematografiche, ha quel che di curioso e attrattivo. Ad esempio la musica: non si capisce se sia diegetica (è Paganini a suonarla?) o extradiegetica (la classica colonna sonora, firmata tra l’altro dall’eccellente Salvatore Accardo). Ad esempio la voce narrante: come per la musica, non si intende se provenga da un diario o direttamente dalla mente del personaggio in azione. Ad esempio il doppiaggio: valgono le domande dei punti precedenti. Ad esempio il montaggio: non si distingue il piano principale dai flashback né tantomeno dalle scene di fantasie visionarie (Paganini è intento nel fare le sue cose e per alcuni secondi appare una donna sul letto in controluce atta a darsi piacere: perché?). Ad esempio la fotografia: dalle policromie forti degli esterni al nero ingrato e sottoesposto degli interni. Ad esempio la regia: di questa che vogliamo dire? Niente: è la somma di tutto il resto.

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La disarmonia tecnica e narrativa di questo film sconclusionato portano a definirlo “una boiata fantastica”. Un parere definitivo? Meglio di no. Nel momento in cui la bilancia inclinerà l’indice verso il regista genio o verso il regista scemo, il Cinetecario perderà quell’ultima parvenza di serietà che si augura invece di mantenere a lungo. Chi vivrà vedrà.

Kimerol

 

Film evocati:

Kinski Paganini (Klaus Kinski, 1989)

M – Il mostro di Düsseldorf (Fritz Lang, 1931)

Per qualche dollaro in più (Sergio Leone, 1965)

Il Grande Silenzio (Sergio Corbucci, 1968)

Aguirre, Furore di Dio (Werner Herzog, 1971)

Nosferatu, il Principe della Notte (Werner Herzog, 1978)

Fitzacarraldo (Werner Herzog, 1982)

Android – molto più che umano (Aaron Lipstadt, 1982)


2 risposte a "Kinski Paganini, Teorie e Tecniche di una Boiata Fantastica"

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