Gravity. L’agorafobico spaziale

Fossi nello spazio come Sandra Bullock e George Clooney probabilmente non avrei problemi. Ma sono nel mega archivio della Cineteca della Terra e per raggiungere l’ultimo scaffale ho bisogno della scala. Ironia della catalogazione, il dvd di Gravity (Alfonso Cuaron, 2013) si trova più in alto che si può.

Bene, rivedo uno dei film più coinvolgenti degli ultimi anni.

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La dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock) è in missione nello spazio con l’astronauta Matt Kowalsky (George Clooney). Sono entrambi fuori dallo Shuttle Explorer quando vengono avvertiti che un missile russo ha distrutto un satellite in disuso. Di lì a poco saranno colpiti da una terrificante pioggia di rifiuti. L’unico obiettivo sarà quello di salvarsi.

PIANO SEQUENZA – Gli amanti della macchina da presa avranno trovato estremamente libidinoso il piano sequenza d’apertura: la scena consegna 17 minuti senza stacchi, in un movimento stereoscopico quasi costante. Insomma da perderci la testa, un po’ per il divertimento, un po’ per il “mal di spazio”. Al momento non mi sovviene un altro piano sequenza stereoscopico così lungo. È calcolato in modo micidiale, perfettamente sincronizzato coi dialoghi di Bullock e Clooney.

DENTRO IL CASCO – Un’altra chicca è un passaggio da inquadratura oggettiva a soggettiva. Avviene quando la macchina da presa – o meglio il punto di vista di ripresa – arriva dentro il casco della Bullock, ne assume il punto di vista puro e poi esce di nuovo. Detta così suona come un tecnicismo, in sala rende più della descrizione. Inoltre raramente i film girati in digitale restituiscono delle inquadrature fotograficamente così ben gerarchizzate come in Gravity, di solito c’è poca arguzia geometrica tra il fondale e il personaggio che vi si sovrappone.

INCONGRUENZE – Alcuni amanti di fisica, diciamo così, mi avevano parlato di imprecisioni scientifiche. Ad esempio uno dei due personaggi schizza via lontano dall’altro quando viene reciso il legame che li teneva insieme, anche se nei fatti nessuna forza lo avrebbe fatto mai muovere di lì. Simili critiche sono sempre fastidiose: trattasi di fiction, non di documentario. Non credo che Kubrick in 2001 fece scelte orientate ad istruire il povero spettatore sul come funzioni lo spazio: semplicemente la scelta realistica – se di realismo possiamo parlare – era funzionale al film. E così vale per Gravity, nel senso opposto. Il cinema forse non è la più grande delle illusioni? La tensione creata da Cuaron con Clooney e Bullock è di buon livello, tanto basta.

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Per quanto le abbia sparate grosse, ho amato Gravity. Spaventosi i detriti che nel silenzio distruggono le stazioni spaziali. Suggestive sono le improbabili corse nello spazio, curiose e tensive le procedure degli astronauti. L’aspetto memorabile è il misto di sensazioni visive, si passa dal claustrofobico dei piccoli moduli di emergenza all’agorafobico dell’immensità spaziale, con lo sfondo di un Terra iperluminosa. I due personaggi hanno caratterizzazioni semplici ma funzionali: uno è il protagonista da motivare affinché sopravviva, l’altro è il mentore navigato e un po’ spaccone: è sufficiente.

Gravity è una specie di ottovolante che ti fa muovere in modo inconsueto e sospeso. Un catalizzatore per gli occhi e lo stomaco.

Kimerol


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